Perché in Italia le riforme risultano impossibili?

Ogni tot anni si vota. Per conservare il potere occorre un voto in più dei rivali, mostrando che i risultati ottenuti sono superiori alle loro promesse. La crisi economica e politica in atto obbliga le democrazie, fondate sul suffragio universale, a esplorare nuove strade per vincere le elezioni. Quel voto in più è decisivo. Chi programma la politica prende atto che, al fine di vincere le elezioni, non hanno più presa motivazioni ideologiche o etiche. A partire dagli anni 70, motivi di consenso fino ad allora decisivi (la difesa di interessi nazionali, l’opposizione al comunismo, l’anti fascismo, l’ispirazione cristiana) hanno perduto di peso o sono svaniti. Trovano spazio limitato valori personali e collettivi, la qualità della vita individuale e della convivenza, le prospettive del futuro. Viene espulso dal dibattito politico, basta pensare alla recente campagna elettorale, ogni elemento ideale. Si punta invece su motivazioni di tipo materiale: meno tasse, come aumentare redditi e consumi, come avere a disposizione nuovi beni, ritenuti ormai indispensabili. Queste sono le attese popolari che condizionano le scelte, anche elettorali, degli individui, dei gruppi organizzati, dei partiti politici. Ne consegue, per fare un esempio, la progressiva perdita di rilevanza e di qualità della pubblica istruzione. Nella società del benessere a ogni costo, la strada per vincere le elezioni pare una sola: avere e poter spendere soldi per soddisfare le richieste dei gruppi sociali allo scopo di ottenerne i favori elettorali. Trovare soldi significa tassare, inventare nuove forme di finanziamento pubblico e privato, cercare redditi adattando la legislazione in spregio del bene comune (pensiamo a quanto avvenuto in parecchie Regioni dove i consiglieri si sono auto attribuiti cospicue somme). Scopo: poter spendere. Diventa perciò centrale il rapporto dei governi con le risorse disponibili e come spendere i soldi pubblici acquista un ruolo decisivo nella costruzione del consenso.

Il presente momento storico cambia la situazione, mettendo in crisi il meccanismo del consenso attraverso la spesa pubblica che cresce di anno in anno. Il meccanismo diventa insostenibile: il sistema produttivo rallenta e non genera ricchezza sufficiente da consentire un prelievo fiscale crescente. L’economia non ce la fa più a tener dietro al costo della democrazia e le classi politiche per ottenere il consenso sono costrette a cercare le risorse necessarie ricorrendo all’indebitamento. Lo sa bene l’Italia. A questo punto i mercati e la finanza diventano padroni degli Stati e dei governi. Molti incolpano la finanza e la speculazione, che hanno le loro colpe. Il vero e originario problema, però, sta nei deficit di bilancio di democrazie diventate “democrazie della spesa”.

Domande ovvie: le democrazie possono fare a meno di essere solamente democrazie della spesa?

Sì. E’ possibile. Ne parleremo in successivi articoli.

Nota di Tito Brunelli.

E’ giusto un adeguato finanziamento pubblico dei partiti, per permettere a chi non è ricco – persona o gruppo – di fare politica. Se però diventa normale approfittarne per tenere in piedi un’organizzazione di partito, magari defunto, e spendere soldi a palate per gli scopi più strani, è doveroso abolirlo, per qualche anno almeno o ridurlo all’osso: al 10% del finanziamento attuale.

(continua)

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