Governatori del nulla. La debolezza delle leadership

Non si fanno riforme perché non si è capaci di farle

I popoli occidentali si rendono conto che i propri governanti tengono sotto controllo un bel nulla e non riescono a immaginare vie di uscita dalla crisi. Scoprono di essere nelle mani di leader privi di temperamento, di coraggio e soprattutto di visione. Non è un caso. Il deterioramento qualitativo delle classi politiche è prodotto inevitabile della ‘democrazia della spesa’ che caratterizza i nostri Paesi: governare significa disporre di soldi, non importa come reperiti, o prometterli; significa spendere e ancora spendere per soddisfare quanti più elettori possibile, fino a indebitarsi, con relative catastrofi finanziarie. L’esercizio del potere si spoglia della necessità di conoscere, di capire, di progettare e soprattutto di scegliere e decidere. Il denaro diventa intrinseco alla politica e appare il vero e unico scopo del rapporto politico: per chi lo elargisce e per chi lo chiede o lo riceve. E dove il danaro è tutto, inevitabilmente si infila la corruzione. La democrazia della spesa insomma svilisce la sostanza e l’immagine della politica e contribuisce a selezionare le classi politiche non premiando i migliori, per esempio quelli che pensano all’interesse generale.

Oggi, per fare carriera politica, è necessario apparire nei mass media, specialmente in televisione. Nel passato il valore della persona in politica contava molto. Ma quando la valutazione della persona è fatta attraverso le apparizioni televisive, è ovvio che a contare siano specialmente l’aspetto, la simpatia, l’abilità nello scansare argomenti scomodi; caratteristiche che non sono quelle più significative se si vogliono selezionare leader capaci di guidare un Paese.

Ad aggravare la pochezza delle leadership contribuisce il fatto che le decisioni, anche quelle cruciali, vengono prese da entità non individuabili, con conseguente deresponsabilizzazione dei capi. L’ambito nazionale, infatti, diventa secondario I problemi hanno sempre più un carattere mondiale o regionale e la globalizzazione impone le sue regole. Le decisioni che contano sono prese da vertici o istituzioni internazionali, lontani e indifferenti rispetto alla politica locale. Diventano così figlie di nessuno: comodo alibi per molti. Come possono formarsi, in questa situazione, élite politiche, autorevoli capi politici? Per i Paesi di medio livello, come l’Italia, la cosa è evidente: per due volte negli ultimi anni ci siamo trovati impegnati in operazioni militari di rilievo (contro la Iugoslavia e contro la Libia) perché altri avevano preso per noi la decisione e non potevamo dispiacergli. E’ difficile pensare che la scomparsa dell’Europa negli ambiti decisivi di ciò che fino a qualche decennio fa è stata la politica (ambiti cruciali in cui fino a ieri i capi politici potevano essere chiamati a essere preparati a dare prova di sè) non abbia avuto la sua parte nel rendere sempre più scadente la qualità delle classi politiche del vecchio continente. E’ solo un caso se i tre leader di Paesi democratici dell’Europa della post ricostruzione (De Gaulle, la signora Thatcher, Helmut Kohl) abbiano legato il proprio nome a grandi decisioni di politica estera e/o di tipo bellico (l’Algeria e l’armamento atomico, la guerra delle Falkland, l’unificazione tedesca)? No: non è proprio un caso.

Nota di Tito Brunelli.

Se risulta che per vincere le elezioni occorre investire molti soldi, in che democrazia siamo? Se un candidato, per farsi propaganda e ricevere voti, si presenta con grandi assegni ed è fotografato mentre li consegna ai destinatari, in che democrazia siamo?

Parecchie persone ‘stimabili’ mi hanno detto: “Dalla politica ci aspettiamo solo che ci dia soldi. Noi sappiamo come spenderli e farli fruttare. Non possiamo aspettarci altro, perché i politici questo sanno fare”.

Se, dal Consiglio comunale al Parlamento nazionale e europeo, il dibattito è scarno e poco influente, dove avviene la crescita politica e dove si impara a decidere politicamente?

(continua)

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