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Madornali errori del governo italiano in Europa

Salvini e Di Maio, appena arrivati al governo dell’Italia, hanno aperto le ostilità contro l’Unione Europea in nome del popolo sovrano: “Chi governa deve tener conto delle preferenze dei cittadini, espresse con il voto”. Vero. Ma il rispetto del mandato elettorale non è l’unico dovere di un governo democratico. Occorre anche rispettare la Costituzione, che prescrive il pareggio di bilancio e l’osservanza dei vincoli comunitari. Occorre tutelare l’interesse complessivo e il funzionamento dell’economia, delle istituzioni, della sicurezza collettiva, delle relazioni internazionali. Tra una elezione e l’altra possono sorgere sfide nuove, non previste nei programmi elettorali e nei contratti di coalizione. Chi governa deve considerare la comunità politica nel suo complesso, pensando al lungo periodo, non alle prossime elezioni; deve dar conto delle proprie scelte agli elettori, nel rispetto però dei vincoli dello Stato. L’azione di governo richiede competenza, capacità di diagnosticare i problemi, di rispondere a sfide improvvise e di salvaguardare le condizioni che consentono alla popolazione di crescere nella stabilità sociale e politica. L’attuale legge di bilancio e il conflitto con Bruxelles rischiano di provocare una seria crisi finanziaria e di compromettere i rapporti con i nostri partner e forse la nostra stessa appartenenza all’Unione Europea. Sono allarmati le istituzioni internazionali, i governi europei e l’Italia che produce e risparmia. Insistere con prove di forza e rifiutare ragionevoli compromessi non ha nulla a che vedere con la presunta lotta tra democrazia e mercato, tra popoli e burocrati non eletti. E’ semplicemente una scelta irresponsabile: un madornale errore. L’erogazione di aiuti risponde a logiche elettorali: l’interesse dell’intero può aspettare.  Se il risultato elettorale prevale, è probabile che l’interesse generale sia sacrificato agli interessi di parte. Il rischio è che si scarichi l’enorme debito pubblico su figli e nipoti. Conviene davvero alle parti rappresentate da Di Maio e Salvini? Il governo preferisce vedere illusioni; deve invece misurarsi con i fatti. Assistiamo a politiche gravemente insufficienti.

Giornalista Maurizio Ferrara

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La democrazia e il possibile nuovo corso in Europa

Cardine della democrazia è il principio che tutti gli uomini nascono eguali. Il suo fondamento è che ogni uomo è razionale.  La democrazia è il risultato di processi lunghi, capaci di abilitare chi fa politica a ‘sentire’ il Paese; a interpretare il sentimento popolare senza farsi condizionare; a tutelare i diritti delle persone e dei popoli; a elaborare proposte per le nuove generazioni guardando al domani, non al consenso immediato. La democrazia presuppone che la maggioranza dei cittadini percepisca la classe politica come legittima e capace. La democrazia procede nel rispetto del principio di maggioranza: chi ha più voti governa. La selezione della classe dirigente è determinante: va rifiutato il criterio della mediocrità e dell’obbedienza al capo. La fiducia nell’intelligenza dell’uomo, soprattutto con le guerre mondiali, ha subito scosse quasi irrimediabili: si può credere nella razionalità umana?  La corruzione, il trasferimento delle decisioni a livello sovranazionale, il rifiuto delle élites, la crisi economica che crea disuguaglianze, la carenza propositiva dei partiti di opposizione hanno determinato il rifiuto delle classi politiche tradizionali e l’improvvisa ascesa di nuovi movimenti, anch’essi guidati da un ristretto gruppo dirigente. Al rapporto che legava i dirigenti di partito a iscritti ed elettori attraverso una capillare organizzazione sul territorio, si è sostituito un rapporto attraverso i media digitali, aperto a possibili, incontrollate manipolazioni. Continua a leggere

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Il precipizio è davanti a noi, ma il governo italiano non se ne accorge

Il governo italiano sfida l’Unione Europea, convinto che il consenso e la storia siano dalla sua parte. Così evita di vedere la realtà e non avverte il pericolo. Scommette che, nel prossimo maggio, i raggruppamenti critici nei confronti dell’Unione Europea vinceranno le elezioni, mutando i rapporti di forza. Il potere inebria, specie quando si hanno molti posti da spartire e non si è abituati a farlo. Stordisce in particolare gli ultimi arrivati, emersi dal nulla. Una parte crescente dell’Italia che lavora e produce teme di pagare un prezzo alto e ingiusto all’incompetenza e all’arroganza di chi oggi ci governa. L’opinione pubblica non percepisce il rischio che già mina la solidità dei nostri risparmi. Non si può procedere a lungo con lo spread oltre quota 250 punti, con punte sopra i 300. A segnalare la nostra debolezza è il confronto con la Spagna. Sono in crisi alcuni istituti bancari. E’ come se fossimo tornati al 2011. L’Italia è oggi isolata in Europa, respinta anche da governi, come Austria e Ungheria, che la Lega considera interlocutori naturali e alleati preziosi.  Il paradosso è che la trattativa tra Italia e Commissione europea è tenuta dai due personaggi presi di mira dal governo italiano: il presidente Jean Claude Juncker e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Solo un dialogo con loro può condurre a un giusto compromesso. Chiediamoci però perché Di Maio e Salvini non hanno partecipato alle trattative con la Commissione europea. Ne sono stati protagonisti Conte e Tria. E’ indebolita la credibilità del ministro Tria: appare ostaggio rassegnato di Salvini e Di Maio. Da lui si attende un discorso serio e pubblico sui pericoli che ci aspettano se continueremo a violare le regole europee. Intanto il quadro economico cambia in peggio. Basta ricordare la nuova crisi economica internazionale e l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I dati negativi su crescita, produzione e andamento degli ordinativi dovrebbero suscitare ripensamenti sull’intero impianto del nostro bilancio. Sono urgenti interventi e investimenti.

Giornalista Ferruccio De Bortoli

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Occorre evitare che il peggio ritorni

Poniamo che il prossimo Parlamento europeo veda una forte presenza di nazionalisti e di chi vuol far valere la propria originalità nazionale; poniamo che in Germania cresca il condizionamento di gruppi contrari a una Unione Europea forte; poniamo che in Francia Macron perda il confronto con i suoi competitori; poniamo che il  governo italiano metta radici e si sviluppino movimenti simili a M5S e Lega; poniamo che, con la rielezione di Tramp, i legami  nel Mondo Occidentale si logorino ulteriormente; in questa ipotesi (possibile) come e chi potrà rilanciare l’Europa? Chi avrà la forza di portare nel mondo la nostra cultura, così feconda negli scorsi tre millenni? Immaginiamo un possibile disfacimento dell’Unione Europea e il ritorno agli Stati nazionali, ognuno con la pretesa di essere il primo, dopo aver cancellato l’egemonia degli Stati Uniti d’America e l’integrazione europea guidata dalla Germania. Cosa ne sarebbe dei singoli Stati europei?  L’Europa sarebbe contesa tra le grandi potenze (USA, Cina, Russia), ciascuna con l’appoggio di alcuni Paesi europei. Tensioni sempre nuove faciliterebbero, in Europa, l’emergere di fazioni legate all’una o all’altra potenza. Già oggi c’è chi opera attivamente verso questo risultato. “Poco male”, direbbe Salvini, che si dice più a suo agio in Russia, in Ungheria, in Polonia che nell’Unione. Chiediamoci quali effetti ne deriverebbero per le nostre vite e per le nostre nazioni.  Passeremmo dall’egemonia di potenze democratiche e liberali, gli USA e la Germania, a quella di Stati autoritari e illiberali, come la Russia e la Cina, che già investono molto in un’Europa divisa. I segni di pericolose rivalità si notano già, come il braccio di ferro tra Italia e Francia per la supremazia in Libia. Può essere pericolosa anche l’influenza di potenze autoritarie del Medio Oriente. L’Europa, per continuare a esistere come entità autonoma e potente, deve evitare il fascino di governi nazionalisti e autoritari, valorizzare la vitalità dei suoi Stati nazionali e puntare decisamente all’integrazione tra gli Stati europei.

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“Prima io”. E’ l’origine della guerra e delle divisioni

Anche nell’Unione Europea ogni Stato vuole essere il primo:  al centro. Di Maio e Salvini: “L’Italia deve tornare a essere sovrana e prima”. Se prevale questa impostazione, la competizione e i contrasti tra gli Stati europei sono destinati ad aumentare. Ascoltiamo Helmuth Kohl: “L’integrazione europea è la migliore garanzia contro la possibilità che la guerra torni a insanguinare l’Europa”. Francois Mitterrand: “Il nazionalismo è la guerra. La guerra non è solo il nostro passato; può essere anche il nostro futuro”. Angela Merkel: “I nazionalismi portano la guerra”.  John Mearsheimer: “Il passato può tornare. Dopo la caduta del muro di Berlino l’Europa potrà tornare a dividersi come ha sempre fatto. Gli Stati europei potranno ricominciare a praticare (gli uni nei confronti degli altri) il vecchio gioco della politica di potenza”. Finora l’integrazione europea ha dato qualche risultato perché ha prodotto benefici per tutti i Paesi: ognuno guadagnava. Il ritorno dei nazionalismi cambia tutto. Se prevale l’idea che il guadagno di uno Stato comporta automaticamente una perdita da parte dell’altro, si abbandona il percorso dell’integrazione e si rischia di far implodere l’Unione, che può diventare di nuovo luogo di competizione e di conquista. Sfruttando le divisioni tra Stati, le grandi potenze, in competizione tra loro, potranno cercare di accrescere la propria influenza, creando così nuove tensioni. I contenziosi tra Stati non avrebbero più a disposizione quello strumento di dialogo e di confronto che è la Comunità Europea, dove ci si incontra e ci si scontra e poi si trova la soluzione. Chi teme che il nostro peggior passato ritorni deve condannare i nazionalismi e occuparsi di eliminare limiti e difetti dell’attuale Unione.

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L’Unione Europea ha resistito a un decennio orribile

Prima il crollo finanziario, importato dagli USA; poi il debito diffuso, gli attentati terroristici, la questione migranti e rifugiati, la Brexit: tutti colpi duri capaci di far vacillare le fondamenta dell’Unione. Ma l’Europa ha saputo resistere, in un periodo in cui spararle addosso era ed è alla portata di tutti. Addirittura la grande maggioranza dei cittadini europei sta recuperando fiducia nell’Unione. Tra il 2010 e il 2017 il volume di merci scambiate nel mercato unico è aumentato del 7%. E’ cresciuta la mobilità per ragioni di lavoro. Sono 30 milioni gli europei che risiedono in un Paese diverso dal proprio, dove pagano tasse e contributi e usano il welfare del luogo in cui vivono alle stesse condizioni dei nativi. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno trovato lavoro e hanno beneficiato di fondi messi a disposizione dall’Europa. Per tutti i minorenni dell’Unione i musei europei sono gratuiti. Non esiste nessuna discriminazione sulla base della nazionalità per quanto riguarda le tasse universitarie. E che dire di Erasmus, il progetto europeo che favorisce il dialogo e gli scambi tra europei, soprattutto giovani? Continua a leggere

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La pace prima di tutto. I vantaggi dell’essere Unione Europea

Obiettivo dell’Italia: essere, con Germania e Francia, alla guida dell’integrazione europea, evitando ogni isolamento. Deve smetterla con la demolizione quotidiana dell’idea di Europa. Ripetere che dall’essere parte dell’Unione Europea l’Italia ricava solo danni e costi è una falsità. Il primo regalo dell’Unione sono 75 anni di pace: una novità nella storia del nostro continente.  Senza il Mercato Comune Europeo, l’Italia non avrebbe conosciuto il boom economico per cui si è affermata come Paese industriale del G7 (il convergere di 7 Stati industrializzati e ricchi). Senza l’Europa, deficit e debito pubblico avrebbero travolto l’economia dell’Italia. Senza l’adesione all’Euro, la lira sarebbe diventata sempre più debole, esposta a svalutazioni e attacchi, con conseguente perdita di valore dei redditi e dei risparmi delle famiglie italiane. Senza i fondi europei, molte aree del nostro Paese non avrebbero avuto investimenti per la crescita. In occasione di terremoti e disgrazie, l’Europa è stata in prima fila nel soccorso ai territori colpiti. Contestare l’Unione, auspicando più sovranità dei singoli Stati nazionali, porta al prevalere degli egoismi nazionali, a tutto svantaggio della capacità europea di dare soluzioni comuni ai problemi comuni, consegnando i singoli Stati alla solitudine e alla debolezza. Mostrare i vantaggi ottenuti non significa che nell’Unione Europea le cose vadano bene. Molto deve essere migliorato, a patto però che stiamo con convinzione dentro l’Unione, senza minacciare di continuo l’uscita. Troppo spesso si ha la sensazione che M5S e Lega cerchino occasioni di scontro con l’Europa. C’è chi dice che questo comportamento tende a dare un colpo mortale all’Unione, ingraziandosi Putin. Altri sostengono che è per aumentare i voti; oppure per tener pronto un capro espiatorio in caso di fallimento delle politiche economiche del governo (“E’ andata male per colpa dell’Europa”). Di Maio e Salvini ripetono: “L’Europa ci lasci lavorare. Abbiamo vinto le elezioni. Ogni cedimento sulle nostre promesse significherebbe una vittoria mutilata”. Di Maio e Salvini proveranno a convincere che la colpa di eventuali insuccessi è dei poteri di controllo, dei burocrati di Bruxelles, dei media, del Parlamento europeo, di Draghi, ….. dell’Europa. Tenteranno di mettere il popolo contro il sistema di garanzie della democrazia. Il conflitto tra Italia e Europa potrebbe incattivirsi e produrre macerie. Sarebbe facile per loro colpire l’Europa, accusandola di non aiutarci per l’eliminazione del nostro imponente debito pubblico, per un’economia che non cresce, per la possibile recessione. Se poi Reddito di Cittadinanza, Quota 100 sulle pensioni e i numerosi condoni moltiplicheranno e accelereranno il debito, M5S e Lega continueranno a vedere solo se stessi e il loro elettorato e non sapranno avere uno sguardo lungo

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