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Ca’ del Bue di interesse nazionale?

Agosto 2015. Il decreto “Sblocca Italia” prevede, per lo smaltimento rifiuti, 12 “insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”. Uno è in Veneto, perché “l’elevato fabbisogno di incenerimento residuo e l’elevata produzione di rifiuti determinano l’esigenza di un impianto di incenerimento di 150.000 tonnellate all’anno”. Si tratta di Ca’ del Bue?

Fabio Venturi è soddisfatto della scelta del Governo: “Essere tra i siti strategici dimostra la bontà del progetto e dell’idea che ne è alla base. Lavoriamo per capire se esso è sostenibile: se sta in piedi si fa; se non ci sono garanzie non lo faremo e guarderemo altrove”.

La Regione ribadisce: si attiene al nuovo Piano regionale rifiuti ed esclude rifiuti da altri territori.

Ottobre 2015. Il Governo fa i conti con 40 milioni di sanzioni comminategli dall’Europa perché non autosufficiente nello smaltire i rifiuti. Sottosegretario Degani: “Ca’ del Bue riparte se lo decide il Veneto. Regione, facci sapere se sei autosufficiente nello smaltire i rifiuti con i termovalorizzatori che hai e con la raccolta differenziata. Se non lo sei, ti serve un termovalorizzatore. Potenziare gli impianti esistenti può bastare? Se trovi soluzioni diverse dall’incenerimento, bene. Decidi però”. Continua a leggere

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Continua il caos su Ca’ del Bue

Maggio 2015. La legge spinge verso la raccolta differenziata. In Veneto dovrà arrivare al 76% entro il 2020. Ca’ del Bue curerà i rifiuti restanti: il suo ruolo sarà minimo.

Cigolini: “Le 9 discariche attuali saranno chiuse e non se ne apriranno altre. I rifiuti restanti andranno nell’inceneritore. La raccolta differenziata al 76% significa mettere fuori gioco i termovalorizzatori. Dubito però che l’obiettivo sia raggiungibile. AGSM ricalcola la sostenibilità economica del progetto sulla base delle 150.000 tonnellate di rifiuti”.

Bertucco: “La decisione regionale rende inutile Ca’ del Bue. Se non ha rifiuti da bruciare il termovalorizzatore va bloccato. A meno che l’intenzione sia di bruciarvi anche i rifiuti industriali. Ma come reagirà l’opinione pubblica?”

Toffali: “L’obiettivo del 76% è irraggiungibile. La chiusura delle discariche rende necessario avere un impianto moderno e sicuro per lo smaltimento dei rifiuti”.

Dirigenti: “Con la differenziata al 76% è difficile la sostenibilità economica di Ca’ del Bue, ma si può tentare: rischio di impresa. Continua a leggere

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Il Piano regionale rifiuti

Aprile 2014. La Giunta regionale approva il Piano veneto dei rifiuti, ma il Consiglio regionale non lo ratifica. Senza il Piano non è possibile completare Ca’ del Bue. Urbaser, azienda vincitrice della gara con un investimento di 118 milioni per realizzare l’impianto, minaccia la richiesta danni (3 milioni). AGSM chiede al TAR una Commissione ad acta per fare il Piano. E’ guerra.

Novembre 2014. La Regione discute il Piano rifiuti. Finalmente. Il testo prevede un aumento del riciclo, lo stop a nuove discariche e a nuovi termovalorizzatori oltre a quelli di Padova e Schio e a quello programmato a Ca’ del Bue, il quale però, secondo gli studi degli uffici, non è necessario per il fabbisogno veneto. Paternoster: “Ca’ del Bue è nel Piano. La Regione confermi la potenzialità dell’impianto nei termini previsti dalle delibere del 2006 e del 2007. Insistiamo perché Urbaser intima a AGSM di “avviare tutti gli adempimenti ai fini di giungere all’approvazione definitiva del progetto preliminare e alla sottoscrizione della convenzione”, pena una richiesta di risarcimento”.

Bonfante: “L’inceneritore di Fusina (VE) è stato chiuso. Quelli di Schio e Padova sono più che sufficienti per fronteggiare le esigenze del Veneto di qui al 2020. Ca’ del Bue è fallito e inutile. Eppure la Regione lo inserisce nel Piano rifiuti. Per togliere dagli impacci Tosi e Paternoster?” Continua a leggere

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Gli attori del progetto inceneritore

 Regione Veneto, Comune di Verona, Comuni limitrofi, AGSM, Urbaser

Ruolo della Regione

Anno 2012. In Veneto i termovalorizzatori in funzione erano tre: Padova, Fusina (VE), Schio (VI), con la previsione di un quarto a Ca’ del Bue (VR). Belluno e Rovigo utilizzano discariche. Treviso, senza inceneritore e senza discariche, sottopone i suoi rifiuti a un trattamento che li rende speciali e li porta fuori provincia.

Dicembre 2013. La Regione chiude l’inceneritore di Fusina: ogni anno bruciava un 13% in meno di rifiuti.

La Regione abbisogna di linee per rifiuti speciali, che oggi smaltisce con 9 impianti e 30 discariche. Altre 35 sono per i rifiuti inerti: gli scarti dell’edilizia.

Mancano una discarica per rifiuti pericolosi e una per l’amianto.

A termini di legge i rifiuti urbani vanno smaltiti all’interno della provincia in cui sono prodotti. Quelli speciali, per lo più residui della produzione industriale, vengono smaltiti sul libero mercato, da chi offre il miglior prezzo.

Spetta alla Regione Veneto decidere

– il progetto regionale dello smaltimento dei rifiuti,

– il numero degli inceneritori nel Veneto e la quantità dei rifiuti che ciascuno può bruciare.

Maggio 2012. Maurizio Conte, assessore regionale all’Ambiente, leghista: “Obiettivo è l’autosufficienza”.

In Veneto la situazione è in rapida evoluzione: Continua a leggere

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Il dibattito sulla cordata lombarda

Luca Zaia: “Buona notizia. Tutti quelli che avranno i requisiti potranno partecipare alla gara, che sarà europea: più sono meglio è. La concorrenza permette di scegliere il meglio. Obiettivo: viaggiare in treno come in Giappone: non un minuto di ritardo. La politica non c’entra. Se poi vince una società lombarda; se si crea un’alleanza politica del Nord e fosse quindi il Nord a gestire il Nord, non mi dispiacerebbe”.

Flavio Tosi: “La Regione Lombardia è credibile. Auspico che il progetto Maroni vada in porto”.

Renato Chisso, assessore regionale ai Trasporti (PdL): “Le ferrovie della Lombardia da noi? E’ come se la Circumvesuviana di Napoli gestisse il servizio pendolari del Veneto. No a un’alleanza politica con Maroni; sì a un servizio di alto livello: dobbiamo puntare in alto”. Chisso lamenta che Zaia ha disdetto il contratto con Trenitalia e ha deciso di mettere a gara il servizio senza avvisare l’assessore. Conclude però: “Il Presidente dice gara e gara sia”.

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Non solo Ferrovie dello Stato: Altre società si propongono per gestire il trasporto ferroviario in Veneto

Gennaio 2014. Il governatore Roberto Maroni candida la Lombardia a gestire il trasporto ferroviario in Veneto, a una condizione: la fusione tra Trenord (società creata nel 2011 per i pendolari lombardi, partecipata al 50% e 50% da Regione Lombardia e Trenitalia) e ATM: gigantesca azienda comunale che controlla la mobilità a Milano e serve 650.000 pendolari ogni giorno. “Se si concretizza la fusione, avremo un soggetto in grado di allargarsi oltre la Lombardia e di sfruttare la grande occasione offerta dal Veneto che metterà a gara il servizio. La prospettiva è coerente con l’idea di un sistema macroregionale del trasporto su ferro e su gomma, con l’obiettivo di un unico servizio di trasporto, dal bike sharing agli autobus; dal tram ai treni per le medie percorrenze. Vediamoci per coordinare il sistema del trasporto ferroviario del Nord, per offrire una risposta di sistema”.

La fusione di Trenord e ATM, però, è lontana.  

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Gennaio 2014. Trasporto ferroviario: il dibattito

Diego Bottacin, consigliere regionale: “Dopo anni di ostruzionismo, soprattutto dell’assessore Chisso, si guarda con serietà alla gara, se non altro perché peggio di così è difficile cascare. Tanto vale provarci. La normativa statale difende Trenitalia. Meglio mettere in gara un servizio frazionato, su più lotti separati, perché sia alla portata di più gestori. La Regione operi per l’integrazione ferro-gomma e per il biglietto unico.

Nodo: il protezionismo sindacale tende a confermare i privilegi dei contratti di lavoro blindati dei ferrovieri, producendo costi del lavoro altissimi. Un esempio: ovunque la manutenzione delle reti viene fatta di notte, mentre da noi si fa il mattino, con l’ovvia conseguenza che si fermano i treni. Questo fa risparmiare le società, perché il lavoro di notte costa più caro.

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Dove stiamo andando? Richiamiamo alla mente il film di Rosi: “Le mani sulla città”

Ci aiuta ad approfondire un articolo di Massimo Malvestio, su “Il Corriere di Verona” del 6-12-13. “Il danno vero è venuto quando i Comuni, di fronte ai tagli dei trasferimenti statali, hanno cominciato a commerciare la pianificazione urbanistica e hanno finanziato la spesa dei Comuni con un uso sempre più improprio degli oneri di urbanizzazione che venivano raccolti sospingendo le nuove e sovrabbondanti edificazioni. Le polemiche di oggi sul Piano casa segnano l’inizio della nuova stagione con un triste ritorno alle origini: il territorio, nuovamente e questa volta dichiaratamente, svenduto per il lavoro che non c’è più. Le polemiche di questi giorni non dividono chi ama il bello da chi non lo ama. La vera polemica è sulla modalità della svendita. Questa volta però, e per la prima volta, non c’è chi compra: in un mercato paralizzato da anni e con uno stock immenso di invenduto, è difficile pensare a una corsa ai benefici del Piano casa. La differenza rispetto al passato è che il pubblico allora sceglieva di svendere e il privato comperava per dare alimento alle speranze nel futuro. Oggi invece il pubblico svende, ma il privato non compra: con il debito pubblico non si è svenduto solo il paesaggio, ma anche la fede nel futuro”.

E’ questa la grave colpa che, a Verona, rimproveriamo al sindaco Tosi e al suo ex vice Giacino: l’aver messo al primo posto il recupero di soldi a ogni costo. Conseguenza: si è venduto terreno cittadino a piccoli pezzi, soprattutto a Verona Sud. Da questi i nuovi proprietari cercheranno di ricavare il massimo beneficio per se stessi, costruendo e costruendo. Permettere, anzi favorire questo processo è colpa grave per gli amministratori: torniamo alla deturpazione del territorio del dopoguerra. Al centro delle scelte del buon amministratore deve essere la città bella. Quella che ci consegna oggi l’Amministrazione Tosi non è una città almeno un poco più bella di quella che ha ricevuto. E cosa diremo se (speriamo di no) spunteranno come i funghi decine e decine di edificazioni e di centri commerciali come prevede il Piano degli Interventi?

Andrea Ferrazzi, delegato nazionale Anci Urbanistica: “Oggi c’è bisogno di pianificazione, che non è la sommatoria di interventi parziali e settoriali Continua a leggere

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Nota di Tito Brunelli: come interagiscono i piani territoriali di Comune, Provincia e Regione?

Negli ultimi quattro anni, le Amministrazioni locali (Comuni, Provincia, Regione) hanno preso decisioni a favore di nuove costruzioni, dichiarando di volerle limitare al massimo possibile. In Provincia, la maggioranza dichiara apertamente il via libera alle costruzioni.

Il sindaco Tosi e l’allora suo vice Giacino, seppure driblando i problemi, sono altrettanto chiari e non ammettono intrusioni nelle loro decisioni. La Regione cerca di motivare le scelte del Piano casa e si difende strenuamente, ma alla fine è lo stesso Presidente Zaia ha riconoscere che l’ampliamento possibile delle abitazioni è dell’80%, senza controlli da parte dei Comuni.

Dato ‘curioso’:.Il Piano degli interventi del Comune di Verona è criticabile e criticato soprattutto perché concede ai privati la massima possibilità di costruire, quando di nuove costruzioni non c’è bisogno. Per le attuali necessità si potrebbe favorire la vendita degli appartamenti sfitti e utilizzare gli spazi degradati, molto numerosi in città.

Interviene poi la Provincia, con un obiettivo: cancellare definitivamente il Piano predisposto dall’ex presidente Elio Mosele perché poneva limiti alle nuove costruzioni. Ora “si raccomanda” di salvaguardare il territorio e contemporaneamente si concede a Sindaci e costruttori ampia libertà di manovra. No a blocchi. No vincoli, ma opportunità. Rilancio economico a partire dall’edilizia.

Arriva la Regione Veneto. Di positivo c’è che si punta a modernizzare le costruzioni: rendendole antisismiche, energetiche, rispettose delle normative idrogeologiche, senza amianto. Però gli interventi di ampliamento delle abitazioni e la possibilità di edificazione diventano enormi e quasi senza controllo reale.

Altro dato sconcertante: I Sindaci criticano la Provincia se pone limiti ai propri progetti per salvaguardare il territorio. Gli stessi Sindaci si scagliano contro la Regione per l’accentramento regionale degli interventi edilizi fatti senza criterio. La Regione critica i Sindaci perché stravolgono il territorio a danno della programmazione regionale.

Ogni ente chiede agli altri di lasciarlo decidere in pace. Appare sempre più chiaro che il primo obiettivo, soprattutto di Regione e Comuni è di gestire gli interventi edilizi dei privati per recuperare soldi. “La città bella può aspettare. Ora servono soldi”. La stessa cosa è accaduta nel dopoguerra con l’espansione edilizia senza criterio che ha abbruttito soprattutto le periferie urbane e ha devastato le nostre campagne e gli spazi verdi cittadini.

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L’autodifesa del presidente Luca Zaia e soci.

– Zaia. “Il Piano casa non produce, anzi evita la cementificazione. Le 60.000 autorizzazioni richieste per ampliamenti, in base a primo e secondo Piano casa, hanno portato a un risparmio di 20.000 lotti di terreno. Se in passato avessimo reso possibile ampliare o frazionare le vecchie case coloniche e i vecchi residence, non si sarebbe riempito il territorio di nuove costruzioni. Chi ha ampliato casa sua negli ultimi anni, se non avesse potuto fare i lavori, avrebbe cercato una nuova casa”.

– Zorzato. “Il vecchio Piano casa è stato applicato solo dal 60% dai Comuni. Non è accettabile che ci siano veneti di serie A che possono usufruire del Piano e altri di serie B che non possono. Rispetto i Sindaci, ma questa volta non sono d’accordo con loro”.

– Andrea Bassi, presidente commissione Urbanistica: “Il Piano casa riguarda edifici esistenti, non nuovi edifici. Se ne condiziona l’ampliamento all’uso di fonti di energia rinnovabili e alla qualificazione dell’intero edificio dal punto di vista sismico. Si demoliscono edifici esistenti e, in loro luogo, si ricostruiscono nuovi fabbricati, con una maggiore volumetria certo, ma obbligando chi interviene all’adeguamento energetico o bioedilizio. Non corrispondono a verità ampliamenti in corpi edilizi separati nel bel mezzo di un prato in montagna: ma, dico, stiamo scherzando? Come si fa a non capire che questa possibilità esiste, ma in zona propria? La destinazione d’uso del terreno è il parametro fondamentale. Il Piano casa è una legge di deroga; due in particolare: quella prevista dall’art. 3 quater (edifici residenziali in zona ad alta pericolosità idraulica e geologica si possono demolire e spostare, con un bonus volumetrico, in altra zona) e quella prevista dall’art. 9 comma 2 bis (gli edifici situati in zona impropria possono recuperare l’intera volumetria e cambiare la destinazione purché la nuova sia prevista dalla disciplina edilizia di quella zona, stabilita dal piano regolatore comunale). Continua a leggere

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