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Condannati e stipendiati

Fino al processo “AGEC 1”, nonostante l’aggravarsi della posizione giudiziaria di Tartaglia e soci, AGEC ha pagato lo stipendio agli ex dirigenti in forza del contratto nazionale per dirigenti delle imprese di servizi di pubblica utilità. Galli Righi: “Tartaglia ha dato le dimissioni da dg, non da dirigente AGEC. Rimane perciò dirigente e ha diritto allo stipendio. Se condannato restituirà”.

All’avvicinarsi del processo, Galli Righi cambia idea: “Non aspetteremo la sentenza definitiva; in caso di condanna in primo grado, partirà il procedimento per sospendere gli emolumenti”.

Il rapporto fiduciario tra Tartaglia e AGEC è venuto meno.

Febbraio 2015. Dopo la condanna, la dg Motta manda la raccomandata di licenziamento a conclusione del procedimento disciplinare interno.

Tartaglia ricorre al Tribunale del Lavoro. Continua a leggere

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Motivazioni della sentenza

Marzo 2016. Nella procedura di “selezione” del nuovo dg sono state ripetutamente e gravemente violate le più banali regole di imparzialità e trasparenza che devono connotare l’operato di ogni pubblica amministrazione. La regola della pubblicità del procedimento di selezione è stata violata in modo radicale: pubblicità omessa. Il dg ha tenuto nascosto il nome dell’ente. Anche il Sindaco era all’oscuro della selezione, il che la dice lunga sulla buona fede di tutti gli imputati. Procedura occulta. Campedelli e Brugnoli, dirigenti interni, sono stati preventivamente informati e, guarda caso, hanno ottenuto il massimo di voti nella prova scritta. Campedelli, il vincitore ha ringraziato per iscritto i vertici “per aver avuto il privilegio di essere informato”. Esito predeterminato: il vincitore a tavolino.

Come è possibile?

Sandro Tartaglia ha fatto il possibile per garantirsi il posto, aumentarsi lo stipendio e la buona uscita, attribuirsi indennità varie, anche in caso di mancata conferma al vertice di AGEC, decidere lui la direzione di AGEC dopo il suo pensionamento..

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Verso il secondo processo

Giugno 2015. L’indagine “AGEC 2” si chiude mentre è in corso il primo processo ai vertici AGEC per irregolarità negli appalti e mense scolastiche. Tra i 12 a giudizio ci sono Tartaglia, Campedelli, Tagliaferro, Venturini, Nicoli, Colognato e altri.

Ottobre 2015. Il “concorso farsa” a favore di Tartaglia arriva a processo. Richieste del Pm:

– 3 anni per Tartaglia e Venturini;

– 2 anni e 2 mesi per Tagliaferro;

– 1 anno per Campedelli;

– 1 anno e 4 mesi per Marco Carlesso, al tempo presidente dei revisori dei conti.

Secondo l’accusa tutto è stato preparato ad arte per organizzare il dopo Tartaglia e per premiare Tartaglia stesso. Agli imputati ‘minori’ si contesta di aver accettato il “concorso farsa”, confezionato ad personam per designare il successore di Tartaglia e per garantire a Tartaglia stesso favori economici e normativi. Continua a leggere

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Non sono barzellette:AGEC subisce un secondo processo

Fine 2011. Il CdA di AGEC delibera un concorso per scegliere il suo nuovo dg, in sostituzione di Tartaglia. Risultano vincitori Campedelli (fedele di Tartaglia, ai domiciliari per l’inchiesta sulle mense) e un altro dipendente: Brugnoli. Tartaglia però annuncia che resterà al suo posto.

Febbraio 2012. Lo stesso CdA delibera la distruzione, entro il 20 aprile 2012, della documentazione relativa al concorso. Provvedono Tartaglia e Tagliaferro. Partono le indagini sull’accaduto. Con Tartaglia e soci sono indagati Giuseppe Venturini (presidente) e 11 persone (tra cui tutto il CdA) per concorso in falso in atto pubblico e soppressione e distruzione di atti. Secondo la Procura si tratta di abuso d’ufficio e falso: il concorso è stato confezionato ad personam, a favore di Campedelli. Ma il contratto è soprattutto a favore di Tartaglia: per lui si crea la figura di vice direttore, per 5 anni, con retribuzione da dg, anche in caso di dimissioni. Per lui si prevede la non licenziabilità; meglio: il suo licenziamento è rimesso alla esclusiva scelta di Tartaglia stesso, Continua a leggere

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Conseguenze delle condanne

Dicembre 2014: dopo la condanna di Tartaglia, Campedelli e Tagliaferro in primo grado per turbativa d’asta nella gestione delle mense, AGEC vive un tempo di scombussolamento, anche perché i condannati ricevono regolarmente lo stipendio.

Galli Righi: “Ci sono le condanne. Devo fare gli interessi di AGEC e degli utenti dei nostri servizi”.

Febbraio 2015. I tre sono pronti a rientrare in azienda. AGEC decide il loro licenziamento per giusta causa. Ma il procedimento disciplinare resta aperto.

Tartaglia e Campedelli chiedono aspettativa non retribuita: conserverebbero il posto e AGEC non pagherebbe gli stipendi. Potrebbero anche devolvere parte dello stipendio al pagamento dei 50.000 euro di risarcimento che il Tribunale li ha condannati a rifondere a AGEC. Continua a leggere

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Processo n° 1:Fondo Frugose e mense scolastiche

Su inchieste, accuse, arresti, processi nei confronti dei massimi dirigenti e di dipendenti AGEC abbiamo ampiamente riferito nel nostro blog. Chi desidera informarsi legga quelle pagine.

Riprendiamo la narrazione dall’anno 2013.

Arresti e processo

24 ottobre 2013. Sandro Tartaglia e Martin Klapfer, imprenditore bolzanino, vengono arrestati per corruzione. Secondo l’accusa, la gara per l’alienazione del 70% di Fondo Frugose è stata aggiudicata alla Seeste bau Veneto srl di Klapfer in cambio dello sconto di 83.000 euro per un appartamento di Klapfer acquistato da Tartaglia a Bressanone per la figlia.

Tartagliasi difende: “La perizia sull’appartamento è sbagliata. Nessuno sconto. Alcuni metri non erano calpestabili in quanto il soffitto è basso”.

Altro filone di indagine: Sandro Tartaglia, Stefano Campedelli (responsabile servizi istituzionali) e Francesca Tagliaferro (responsabile dell’Ufficio legale) sono accusati di turbativa d’asta, falso in atto pubblico, rivelazione di segreti d’ufficio e di aver pilotato due appalti (nel 2010 e nel 2013) per l’assegnazione del servizio di refezione scolastica nelle scuole del Comune di Verona.

Il Pm Gennaro Ottaviano definisce quelle gare “falsate, truccate e viziate in partenza da una discrezionalità non usuale. Continua a leggere

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La parola a magistrati e addetti ai lavori

(da una serie di articoli recentemente pubblicati sulla stampa locale)

Recenti inchieste giudiziarie coinvolgono il Comune e scuotono Verona.

Nuova tangentopoli? Un ritorno al clima del 1992? L’impressione diventa più concreta se allarghiamo lo sguardo al Veneto: sono state arrestate figure di primo piano come Piergiorgio Baita, ex dominus della “Mantovani Costruzioni” e Giovanni Mazzacurati, presidente del consorzio “Venezia Nuova”, che costruisce il Mose. Scalpore ha destato l’inchiesta padovana sugli appalti truccati nei lavori pubblici. A sentire gli addetti ai lavori, il paragone con tangentopoli non regge: oggi è peggio.

Alfredo Robledo, pm che guida il pool anti corruzione della Procura di Milano: “Il sistema si è deformato. La corruzione è diffusa, minuscola, meschina. Le denunce sono quasi nulle. Lavoriamo solo con le indagini, con sempre meno strumenti. Non credo alla Giustizia. Per niente”. Robledo non crede più alla politica. Si immagina come Sisifo: spinge continuamente sul monte il macigno che poi rotola a valle e si ricomincia da capo. Solo lo sforzo ci rende liberi.

Guido Papalia: “Venti anni fa era diverso. Il sistema di tangenti era istituzionalizzato: un comitato d’affari, costituito da rappresentanti di partiti politici, imponeva alle imprese le somme per lavorare. I proventi venivano distribuiti tra le correnti dei partiti a livello nazionale, secondo proporzioni precise. Il sistema lasciava fuori burocrati e faccendieri. Oggi a fianco dei politici sono loro i nuovi protagonisti della corruzione: un mostro sfuggente, difficile da perseguire o non perseguibile”. Rimpiangere tangentopoli? “Non si può riabilitare in nessun modo quel periodo, ma è pur vero che perdere un occhio è meglio che perderli tutti due”.

Ivan Cecconi, ricercatore: “Oggi la corruzione prende forma nel contenitore della spesa pubblica”, in parte privatizzata con i project financing: il privato realizza opere pubbliche e gode dei proventi della gestione che, in certi casi come per gli ospedali costruiti in Veneto, prendono la forma di un canone che la Regione paga ogni anno; alla fine della concessione, sarà due o tre volte superiore della cifra investita.

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