Studenti guerrieri? Imparare a sperare, non a sparare!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Studenti guerrieri? Imparare a sperare, non a sparare!

Temi proposti: la cultura militare, armi e tiro, i mezzi dell’esercito, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare (concetto improponibile: nel 1963 Giovanni XXIII lo considerava assurdo, “alienum a ratione. L’Italia poi ha ratificato il Trattao di Non Proliferazione per il disarmo nucleare globale).

Si tratta del programma di una scuola militare? No. Questi corsi paramiliari stanno partendo nei licei della scuola italiana, validi come crediti formativi, con il titolo “Allenati alla vita”.

Incredibile decisione dei ministeri della Difesa e dell’Istruzione: novità altamente dannosa, pericolosa, antiformativa, antipedagogica, estranea alla finalità della scuola.
Insegnare-imparare a sparare non è compito della scuola della Repubblica Italiana dove risplende l’articolo 11 della Costituzione e dove sono maturate ipotesi di difesa nonviolenta anche tramite corpi civili di pace non adeguatamente organizzati: il governo preferisce investire 20 milioni di euro per la “mini naja” (progetto “Vivi la Difesa”, presentato come strumento di “cultura della pace”) e taglia i finanziamenti al Servizio civile nazionale col rischio di far seccare le radici della “Difesa civile non armata e nonviolenta”.
Chi lotta contro la piaga dei bambini soldato nei paesi in guerra non può accettare la nascita a casa propria degli “studenti guerrieri”. Non si contrasta il bullismo con iniziative paramilitari.

Nel clima attuale, basato sul governo della paura, tali progetti diffondono l’idea della violenza armata come strumento normale di soluzione dei conflitti (con la convinzione che la guerra è un sistema naturale e necessario di convivenza); consolidano l’idea del nemico da eliminare; alimentano pregiudizi e ne creano di nuovi; manipolano le emozioni; portano molti a farsi legge da sè, a praticare la legge del più forte.

Una scuola che accoglie simili progetti non aiuta i giovani a usare la forza della ragione anziché la ragione della forza: se vuoi la pace prepara la pace.

Nel respingere tali istanze, genitori, famiglie, dirigenti scolastici, docenti e alunni sviluppino programmi educativi collegandosi alla Tavola della pace (ad esempio “Ospita una persona: incontra un popolo” e “La mia scuola per la pace”, patto siglato il 4 ottobre 2007 tra Ministero della Pubblica Istruzione e il convento di Assisi); rilancino il programma degli “Interventi civili di pace per la prevenzione e trasformazione dei conflitti” (partito nel 2008 grazie a un accordo tra 7 associazioni, il Comune di Firenze e il Ministero Affari Esteri).

In molti luoghi la scuola è e può essere ancora laboratorio di pace dove esplorare le mappe della nonviolenza, accostare volti ed esperienze, organizzare iniziative di solidarietà o riflessioni operative su bambini soldato, infanzia negata, dignità della donna, pena di morte, guerre dimenticate, mine antipersona, disarmo chimico o nucleare, malattie e accesso ai farmaci, immigrazione, diritto internazionale, acqua bene comune, commercio equo e solidale, sobrietà e nuovi stili di vita.
Il compito di una scuola seria e serena è quello di educarci alla pace come costruzione di una vita bella e buona, ricca di amicizie e di relazioni, animata dalla fresca energia della nonviolenza, aperta alla speranza. Non ci può essere futuro senza educazione alla pace.

Firenze, 26 settembre 2010
Pax Christi Italia

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