È tempo per parlare!

Nota su “Città dell’uomo”, dell’ Associazione fondata da Giuseppe Lazzati – Milano, giugno 2009

Il libro del Qoélet ci insegna che sotto il cielo c’è il tempo idoneo per ogni cosa (cfr. 3, 1-8). Oggi è tempo per parlare. Quando consideriamo le recenti vicende nelle quali è stato direttamente chiamato in causa il Presidente del Consiglio (sentenza di condanna in primo grado per corruzione dell’avv. Mills, caso delle cosiddette veline, ragazza napoletana, feste in residenze di sua proprietà), ci persuadiamo che è il tempo non del silenzio, ma della parola decisa e in equivoca per il manifestarsi di questioni di singolare rilievo culturale, etico e politico, che ci interpellano e che esigono da noi un giudizio non evasivo. Il quadro si fa ancora più preoccupante se consideriamo gli episodi in questione nel contesto di alcune scelte strategiche dell’attuale maggioranza governativa, a seguito delle quali risulta palese il rischio d’intaccare regole ed equilibri indispensabili per il corretto funzionamento della nostra democrazia. Esempi: la concezione del partito, strumento cardine di un sistema democratico, come semplice “appendice” della volontà di un “capo” assoluto; la distorsione dei meccanismi di reclutamento del personale politico; la negligenza ricorrente circa il rispetto della divisione dei poteri costituzionali; il depotenziamento del principio proprio dello Stato di diritto, secondo il quale la legge è uguale per tutti; il conflitto d’interessi macroscopico nel campo televisivo (emblematiche le ultime nomine RAI).

In tempi di debole senso del “bene comune”, ai nostri governanti e amministratori (purtroppo!) non chiediamo molto, ma almeno pretendiamo un livello minimo di decenza etica e istituzionale, a motivo del solenne impegno da essi assunto di onorare la Carta costituzionale e i suoi princìpi-valori d’ispirazione. Un comportamento corretto degli uomini delle istituzioni, in regime democratico esige l’obbligo di dire la verità ai cittadini. In caso contrario, s’incrina il rapporto fiduciario con gli elettori e viene inquinato il tessuto della vita civile. Riguardo al Presidente del Consiglio, abbiamo assistito a un’evidente sequenza di reticenze, di contraddizioni, di vere e proprie bugie. I tentativi di addomesticare i diversi casi che l’hanno chiamato in causa sono risultati inefficaci, quando non controproducenti: il rammendo è risultato peggiore del buco. Il capo del governo è vincolato, come tutte le figure istituzionali, al dovere di dire la verità al Paese. Se contravviene a simile regola elementare, menoma il patto di lealtà con il popolo e, di conseguenza, depotenzia la legittimità, morale innanzitutto, di ricoprire l’alto incarico. Nelle democrazie anglosassoni non si guarda in faccia a nessuno: anche il massimo esponente dello Stato, se mente, o dà le dimissioni o va soggetto a impeachment. I casi Nixon e Clinton negli Stati Uniti sono a tutti noti. Da noi invece non succede niente (o quasi). Ma è mai possibile che, al di là degli orientamenti politici, non si colga la gravità in sé dei comportamenti sopra denunciati? A tanto è giunto il livello di assuefazione degli Italiani?

Il tentativo di rubricare come fatto privato, dunque sottratto alla sfera della responsabilità pubblica, buona parte delle ultime vicende nelle quali è implicato il Presidente del Consiglio risulta specioso. Non vogliamo certo intaccare la sacrosanta distinzione fra le sfere privata e pubblica: in un sistema democratico la prima va debitamente tutelata per assicurare la legittima privacy di ogni cittadino, garanzia, fra l’altro, di rispetto della sua libertà e dignità. Ma nel caso in esame la questione si presenta con connotati particolari. Anche le maggiori cariche istituzionali hanno il sacrosanto diritto alla privacy; però questa non può essere invocata quale paravento rispetto al dovere della responsabilità, della coerenza e della trasparenza nel modo di agire. E’ tempo di ribadire l’a b c del comportamento dell’uomo politico in regime di democrazia.

Le vicende in discussione rivelano, da parte del capo del governo, una visione e gestione disinvolte del proprio ruolo pubblico, al quale è connesso un elevato grado di potere. Un Presidente ricattabile costituisce un problema serio per l’intero Paese ed è causa di discredito istituzionale nei rapporti con l’estero. Di tutto ciò si ha eco anche su prestigiosi organi di stampa internazionali. È difficile pensare che giornali stranieri di prima fila siano asserviti a un disegno “eversivo” predisposto dalla (scombinata) sinistra di casa nostra!

Circa la necessaria coerenza fra parole e stile di vita degli uomini politici (il richiamo ha preso spunto dai comportamenti censurabili del Presidente del Consiglio) sono intervenute importanti testate del giornalismo cattolico (il quotidiano “Avvenire”, il settimanale “Famiglia Cristiana”). E’ esigenza autorevolmente riproposta, per i delicati aspetti etici coinvolti, da esponenti dell’episcopato italiano.

Abbiamo molto da riflettere sugli ultimi casi che hanno visto protagonista il capo del governo: sono in gioco questioni serie, che riguardano il ruolo e la responsabilità istituzionale, politica e educativa di una così alta carica dello Stato. Di conseguenza, è in gioco la qualità della democrazia nel nostro Paese. Ecco perché non è ammissibile il silenzio: è tempo per parlare, per dire ad alta voce che non possiamo e non vogliamo rassegnarci a deprimenti spettacoli da basso impero. Consapevole dei suoi limiti, “Città dell’uomo”, associazione fondata da Giuseppe Lazzati e impegnata nel promuovere una cultura politica fedele alla visione cristiana dell’uomo e ai valori della Costituzione, avverte il dovere di levare alta la voce della denuncia.

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