La guerra dichiarata al nemico migrante

Da “La Repubblica” del 17.05.2009

La guerra dichiarata al nemico migrante

di EUGENIO SCALFARI

Il tema dei migranti domina l’attenzione degli italiani e delle istituzioni che li rappresentano: Parlamento, governo, forze politiche, mass media, Chiesa, Presidente della Repubblica, intervenuto per condannare tentazioni di xenofobia e una retorica che si fa un vanto di chiudere la porta in faccia ad un popolo di disperati che dall’Africa e dall’Oriente tenta di raggiungere l’Europa.
La discussione sui barconi affollati di poveretti investe i problemi della sicurezza, del lavoro, della guerra tra poveri, della criminalità organizzata, ma anche l’etica, la solidarietà, la lotta contro le discriminazioni: un viluppo di problemi che non è semplice districare e che incide sulla sensibilità e sulle legittime paure degli italiani. La Lega e la destra hanno fatto di questo tema il loro cavallo di battaglia; hanno scommesso sulla paura e l’hanno enfatizzata come più potevano. Dovevano pagare il debito contratto con i loro elettori. Di qui il “respingimento” dei barconi in alto mare, che ha tutte le caratteristiche di uno spot pubblicitario accolto con soddisfazione da una vasta platea di italiani intimoriti e incattiviti dall’arrivo dei barbari, invasori delle nostre terre e della nostra tranquillità.
Se trionfasse la ragionevolezza sull’emotività si potrebbe trovare un punto di equilibrio, ma sono molti gli ostacoli che vi si frappongono.
Il primo ostacolo sta nell’interesse politico della Lega e del Popolo della libertà, che mirano a mantenere alto il livello di emotività di un’ampia parte del paese e, se possibile, ad alzarlo, per distrarre l’opinione pubblica da altri temi incombenti e non favorevoli al governo: la crisi economica, la distruzione crescente di posti di lavoro, la perdita di competitività del sistema-Italia, il terremoto d’Abruzzo e i disagi che ne derivano e che sono ancora lontani dall’essere soddisfatti, la cicatrice tutt’altro che rimarginata della credibilità pubblico-privata del premier.
Bisogna trovare un nemico esterno sul quale concentrare la rabbia della gente. Eccolo: è il popolo dei barconi. Le guerre indicano un bersaglio e infiammano l’opinione pubblica: e questa è una guerra. A questo serve il “respingimento”, a questo servono le ronde, a questo serve aver istituito il nuovo reato di immigrazione clandestina.

In realtà il 90 % dei migranti entra in Italia e in Europa dai confini dell’Est Europa. L’immigrazione dal mare non supera un decimo dei flussi d’ingresso, ma respingere i barconi con la marina da guerra è teatrale, fa scena, slega gli istinti xenofobi di chi assiste allo spettacolo.
Si dice: quella gente è ingaggiata, trasportata e controllata dalla mafia; viene da per delinquere. Ricondurli da dove sono partiti è dunque un nostro diritto, anzi un dovere verso noi stessi e verso la Comunità europea. Ma manca la prova che i migranti dei barconi siano collusi con la mafia. Vengono dai luoghi più disparati: Sudan, Eritrea, Etiopia, Nigeria, Maghreb, Africa equatoriale. Hanno attraversato boscaglie, foreste, deserti. Inseguono un sogno e affrontano la morte e le sevizie per mesi e mesi. Collusi con la mafia? Trasportati dalla mafia degli scafisti: questo sì. Ma carne da macello di tutte le violenze. Anche della nostra. Non è respingendo i barconi che la nostra sicurezza migliorerà. Non è con le ronde. Non è con la vessazione e con le denuncie.
Bossi dice: “Io parlo con la gente e la gente vuole questo”. E’ vero, Bossi trova consensi. Ma qual è la gente con la quale parla il leader della Lega? Certo, l’emotività contro il nemico migrante si estende. E’ un buon segno o è un “trend” verso il peggio? I leader politici con senso della responsabilità dovrebbero scoraggiarlo. Se invece ne godono e si fregano le mani compiono un pessimo servizio verso l’interesse nazionale. Giorgio Napolitano si riferisce a questa irresponsabilità quando manifesta preoccupazione per la retorica sull’immigrazione.
Quel “trend” irresponsabile lambisce anche persone insospettabili, come il sindaco di Torino: propone di concentrare gli sbarchi verso due porti dell’Italia meridionale; sbarchi settimanali, autorizzati a trasportare i migranti regolari o regolarizzabili. Che cosa significa? Vuole dire quelli chiamati da un datore di lavoro italiano? Ma questi non hanno bisogno di imbarcarsi sui barconi degli scafisti; possono prendere navi di linea e arrivare dove vogliono. Di chi sta parando Chiamparino? Chi è chiamato non è clandestino. Chi è clandestino non è regolarizzabile e viene respinto. Ci sono molte badanti clandestine. Saranno rapidamente rimpatriate?
Ho interpellato Piero Fassino sulla sua posizione in proposito. Mi ha detto: 1) il “respingimento” è consentito dall’Unione Europea. 2) Fu sperimentato con successo per stroncare il traffico di persone in provenienza dall’Albania. 3) L’Albania era sotto controllo della Nato e in particolare dell’Italia. 4) La situazione con la Libia è completamente diversa. 5) I centri di raccolta libici dovrebbero esser messi sotto controllo internazionale. Riportare il popolo dei barconi in quei centri significa riconsegnarli ad un sistema di vessazioni crudeli. 6) Il governo italiano dovrebbe chiedere a quello libico un diritto di ispezione dei centri e condizionare a quel diritto l’erogazione delle risorse finanziarie che l’Italia ha promesso alla Libia. Ha poi aperto un altro capitolo di grande importanza: qual è la politica del governo italiano verso gli immigrati regolari che da anni vivono e lavorano nel nostro paese? E’ una politica di accoglienza e di integrazione o il suo contrario? Quella politica è un ostacolo enorme al raggiungimento d’un equilibrio sull’intera questione dell’immigrazione e della sicurezza.

Gli immigrati regolari sono oggi più di 4 milioni, ai quali vanno aggiunti i cittadini europei provenienti dall’Est: romeni, polacchi, ungheresi, …  Le previsioni ci dicono che tra dieci anni gli immigrati “regolari” saranno il 10 per cento dei residenti in Italia. Nel 2020 saranno il 15. Lo stesso, più o meno, in tutta Europa. L’Italia, come la Francia e la Gran Bretagna, sarà un paese multietnico, multiculturale, multireligioso. Non è un’opinione, è un fatto ed esiste già ora.
Ha ragione Fassino: qual è la nostra politica per gestire questo fenomeno? Anche Fini la pensa allo stesso modo e pone le stesse domande. Il premier ha risposto: l’Italia non è un paese multietnico; il governo non vuole che lo diventi e non lo diventerà. E le leggi in approvazione e il modo con cui sono preventivamente già gestite va nella direzione voluta da Berlusconi, Maroni e naturalmente Bossi. Il risultato sarà questo: l’estensione della cittadinanza sarà sempre più lenta e contrastata; l’accoglienza istituzionale incerta e insoddisfacente; i rapporti tra le comunità di immigrati e i cittadini italiani saranno di diffidenza e non di integrazione, specie nelle zone di più intensa presenza, cioè nel centro nord, la parte più ricca e produttiva del paese.
Questa situazione è quanto di peggio ci si prepara.
Non serve inseguire su questo terreno leghisti e berluscones. A questa deriva bisogna opporsi, tutelando la sicurezza, non soffiando sulla paura, denunciando il mancato rispetto dei diritti civili nei paesi di provenienza a cominciare dalla Libia e coinvolgendo l’Unione europea nella politica europea dell’immigrazione. Si può fare. Però sembra un sogno ad occhi aperti.

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