Ri-creazione a Napoli

di Jean-Pierre Piessou

Da un po’ di tempo Napoli è all’onore delle cronache nere per due emergenze, come si chiamano le cose ormai in Italia. Una per le microcriminalità dei quartieri e dei rioni, sostenuta e capeggiata dalla criminalità organizzata locale, la camorra, denunciata ed analizzata nel libro Gomorra dello scrittore partenopeo Roberto Saviano. La seconda, che fa parlare molto di Napoli in questi ultimi mesi, è il cumulo dei rifiuti che non ha uguale in Italia. Tutti parlano, commentano, giudicano, discutono di Napoli – “Napule” , dai più piccoli ai più grandi, dagli artisti ai politici professionisti ai dilettanti di mestiere: tutti esperti della tecnica dello smaltimento delle immondizie, dei rifiuti, dei gassificatori. Qualcuno in questo bla bla su Napoli osa attribuire a questa città mediterranea il nome di città-monnezza. Ho potuto leggere anche analisi attente, profonde ed esperte su quello che sta succedendo in questa città di tre milioni di abitanti, una delle città più vivaci, più creative, più antiche e più interessanti di Europa per storia, per cultura e tradizioni. Nessuno pero parla di Napoli come di città ricreativa e rigenerativa d’Italia. Napoli è unica nel suo genere. Su questo provo a scrivere due righe di riflessione. Non so se servirà a qualcosa e a qualcuno.

Ho avuto in questi anni la fortuna e la possibilità di incontrare molti cittadini immigrati provenienti da vari paesi; tantissimi di questi, con cui ho avuto l’occasione di conversare, sono approdati a Napoli prima di risalire verso il Nord d’Italia e d’Europa. Provengono dal Ghana, dalla Nigeria, dal Senegal dalla Guinea Conakry, dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Egitto. Proveniente da quest’ultimo paese ho avuto l’onore di incontrare un anno fa circa il signor Salim, 28 anni, egiziano, cattolico, che ha frequentato una scuola professionale a Napoli e nello stesso tempo è stato traduttore di lingua araba, anche per alcuni atti del tribunale di Napoli. Era arrivato a Verona proprio da Napoli, città di cui parlava allegramente e senza alcun rimorso, ma piuttosto con nostalgia. Nostalgia delle amicizie realizzate, del sorriso delle persone che aveva frequentato. A Verona pensava di trovare più facilmente il lavoro e la casa per stabilirsi con la sua famiglia. Mi ricordo del suo volto che sprizzava di sorrisi e di allegro umore quando raccontava delle sue esperienze di lavoro e di incontri a Napoli. Ne parlava come della sua terra d’origine. A Verona si sentiva in immigrazione, in diaspora, oso dire in esilio. Non si sentiva a suo agio.

Era anche il caso di Aziz del Marocco che, dopo parecchi anni di permanenza a Napoli, si era spostato a Verona con sua madre. Per tre settimane ha dormito in giro, all’aperto, in diversi angoli della città. Un giorno è arrivato nel mio ufficio all’Anol-Cisl, con tutto quello che aveva rinchiuso in una valigia e in un sacchetto. L’arrivo di Aziz e di sua madre da me quel pomeriggio d’estate fu preceduta da una telefonata del consigliere comunale dei verdi Giorgio Bertani che per primo li accolse sulle scalinate del municipio di Verona. Da operatore ho cercato di ascoltarli, di orientarli a trovare lavoro, ma l’ostacolo più grosso da superare fu quello relativo alla casa. Anche loro non cessarono mai di parlarmi di Napoli, della gente di Napoli e delle piazze accoglienti di Napoli. Ne parlavano con nostalgia e con il senso di solitudine di chi ha abbandonato un mondo di eccezionale calore umano ed affettivo che non rivedrà più. Tanti altri volti potrei citare per raccontarvi alcuni aspetti di Napoli che ho potuto conoscere attraverso i loro racconti, i loro silenzi e i loro infiniti e lunghi dolori. Già, storie di persone, di tante persone immigrate che sono passate per Villa Literno nel Casertano. Vi ricordate Villa Literno, chiamata “Hotel degli Ospiti Lontani” che ha accudito, custodito moltissimi immigrati approdati in Italia sul finire degli anni 80? Più precisamente nell’86-88-89-90. Un luogo indimenticabile. Non lo conosco personalmente perché fu incendiato dolosamente nel 1990. Mi sarebbe davvero piaciuto rendere visita e omaggio a questo singolare luogo della memoria dell’immigrato italiano. Quello che ho conosciuto di questo singolare ed unico luogo napoletano sono le genti che lì sono vissute, sono transitate per poi arrivare a Verona, a Brescia, a Milano, a Trento, a Torino, a Bolzano, a Trieste, a Treviso, a Vicenza, a Padova, a Vienna, a Berlino, a Parigi, a Amsterdam, a Londra: questi abitanti della prima immigrazione in Italia hanno trovato i primi soccorsi ed i primi conforti nei momenti più duri della loro vita condita di fatica, di sogni, di solitudine, di paura e di disperazione a Napoli, a Villa Literno e a Caserta. Hanno guadagnato le loro prime lire sui campi di raccolta di verdura, di pomodoro, di zucchine con l’aiutino dei caporali e dei loro aiutanti. E’ un dato di fatto. Comunque questi miei concittadini immigrati hanno potuto realizzare i loro primi sogni, un portafoglio, un piccolo risparmio e una piccola rimessa da spedire ai propri familiari nei paesi d’origine. Segni della loro vicinanza-sopravvivenza. Emmanuel Simpson ha oggi 20 anni. E’ d’origine ghanese. Ha il diritto di voto. Ha anche il diritto allo studio: frequenta la scuola d’arte a Verona. E’ nato a Napoli da Mabel e da Michael entrambi approdati a Napoli negli anni 80, prima di arrivare a Verona come la maggior parte dei loro connazionali che oggi vivono e lavorano soprattutto nei marmifici di Domegliara, Sant’Ambrogio, Grezzana oppure nelle concerie di Montebello, Arzignano, Chiampo, Montecchio nel Vicentino. Emmanuel Simpson si sente un italiano, ma di Napoli. Ne è giustamente fiero, perché lì è sepolto il suo cordone ombelicale, lì ha fatto i primi passi.

Un’ altra cosa bella ed eccezionalmente stupefacente è il fatto che molti di questi concittadini transitati per Napoli cercano di ritornarvi, soprattutto quando il gioco si fa duro. Quando perdono il lavoro, quando non riescono più ad onorare i loro contratti di affitto perché troppo onerosi, quando sono stanchi di fare le file davanti alle questure per il rinnovo o il rilascio dei permessi di soggiorno, quando sono stanchi di aspettare il rilascio del nulla osta di ricongiungimento familiare, quando sono stanchi di vagare con i fogliettini di ricevute dei permessi di soggiorno, quando non si ha la certezza del rinnovo del contratto di lavoro, di affitto o della tessera sanitaria, quando non ce la fanno più a fare fronte alle spese, alle tasse automobilistiche o per i rifiuti, quando sono stanchi di essere fermati continuamente dalle forze dell’ordine, quando sono stanchi di essere sospettati e guardati male dai cittadini autoctoni, quando si sentono accarezzati dal vento della crisi relazionale ed esistenziale. A me dicono: torniamo a Napoli, poi si vedrà. La speranza appunto è che il viaggio a Napoli possa diventare un ritornare al punto di rilancio o meglio dello slancio. Ripartire da Napoli. Di fatto alcuni vanno appunto a Napoli per “riposare la mente, per riprendere il fiato” e recuperare la forza necessaria. E’ una specie di ri-creazione esistenziale. Questo vale anche per chi vive fuori dell’Italia, per esempio nel centro o nord Europa, ma che è passato per Napoli. Napoli sa mettere insieme un insieme di cose e di realtà che possiamo definire realtà di Terre di mezzo, ordine e caos o meglio “caos ordinato” tipico della maggior parte dei nostri immigrati, sia che provengano dall’ Africa, dall’America Latina o dall’Asia. Una tra tutte: la dimensione della semplicità e della relazione tipiche delle comunità collettiviste.

Ho avuto io stesso la fortuna di recarmi a Napoli nel 2000 a tener una serie di conferenze- incontri presso l’Associazione di mediazione interculturale NEA (Napoli-Europa-Africa) e in quell’occasione notai davvero che Napoli è un trait d’union tra diversi mondi. Mondi intesi anche come culture, idee, sensibilità e presenze fisiche e umane. Da questo si deduce che Napoli ha davvero il potere magico di ricreare e di ritemprare gli affaticati e i “dannati d’Europa”. Nonostante i tanti problemi che lo affliggono, Napoli è sempre Napoli, tra rumori, urla, grida e sorrisi belli della sua gente dal cuore accogliente e gentile.

Sapessimo ripartire da queste considerazioni…

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