Io ho gratitudine per gli italiani ma a loro vorrei dire qualcosa…

Dico subito che guardo gli italiani con ammirazione, stima e rispetto, mentre vivo in Italia aspettando nuove primavere sociali. Una piccola metafora per dire il mio essere in Italia in questi ultimi anni: sono in Italia come essere lungo il mare guardando, scrutando le onde delle acque, sentendo su di me la brezza, il freddo vento dell’acqua e godendo delle piccole cose, compresa la sabbia che il mare accarezza. Sento voci di persone allegre e serene, ma anche il lamento dei pescatori preoccupati del fatto che da un giorno all’altro il mare potrebbe prosciugarsi e i pesci trovarsi nudi in spiaggia: fragili e lasciati alla loro sorte.

Ho trascorso la mia post adolescenza in Italia; quando sono giunto qui avevo poco più di vent’anni. A distanza di 13 anni da quella prima volta, a distanza di 5000 kilometri mi si chiede: Jean Pierre Sourou, come vedi gli Italiani?

Gli italiani sono i miei concittadini. Con loro ho fatto un percorso lungo 13 anni e qualche mese. Con gli italiani ho studiato all’università e sui banchi di scuola. Con i fratelli e le sorelle italiani ho sostenuto esami di teologia, di etica, di ecumenismo, di filosofia e di antropologia. Ci siamo lasciati interrogare da maestri rigorosi e teneri. Abbiamo condiviso l’ansia e la gioia dell’essere studenti. Un amico italiano chiamato Alberto mi ha insegnato ad utilizzare lo sterzo e il freno di una Renault 4 e mi è stato maestro di guida. Degli Italiani mi hanno portato in giro per farmi scoprire la bellezza delle montagne, delle meravigliose città del nord, del centro e del sud. Con loro ho discusso a lungo di alcuni atteggiamenti che giudicavo anticultura, quella che conoscevo nella mia Africa. Erano troppo chiacchieroni, poco discreti.

Loro mi prendevano in giro scherzando ogni volta sul mio essere nero; mi dicevano, pur scherzando “porco negro”. Mi facevano molte domande sullo stato di vita della mia gente in Africa, mi chiedevano se era vero che gli africani dormissero sotto le capanne, se studiassero in cima agli alberi. Se gli africani fossero davvero dei cannibali selvaggi.

Domande di ogni genere sugli stereotipi; sull’Africa di Senghor, di Fela Kuti, di Nelson Mandela, di Julius Nyere, di Kofi Annan di Myriam Makeba, eccetera.

Con i concittadini italiani ho condiviso anni di fatica, problemi e gioia. Mi insegnò l’italiano per qualche mese la professoressa Liliana Zara, mantovana-veronese.

Come non essere riconoscente agli Italiani? Da loro ebbi un sostegno economico, sociale e psicologico durante la mia gioventù studentesca. Successivamente dovetti avere un abbraccio di accompagnamento dagli stessi per costruire un personale percorso di vita che rispecchiasse il mio vissuto, le mie esperienze lavorative pregresse e i miei sogni. Due dei miei professori si sono recati in Togo a conoscere il mio paese di nascita, i miei genitori e i luoghi che mi videro crescere.

A tutti sono molto riconoscente. La mia non è una semplice riconoscenza verbale, ma è anche un lavorare a fianco ai colleghi e concittadini italiani per dare volto, voce e suono alla città, perché diventi la città della cittadinanza attiva e reale.

Ogni mio impegno sociale di oggi è il mio modo di tradurre questa riconoscenza.

Dai concittadini che non la pensano come me ho ricevuto degli attacchi, soprattutto politici. Mi giudicarono male perché parlo troppo dell’integrazione sociale e sono troppo un attore politico.

Per fortuna quegli italiani che mi attaccano sono una minoranza dichiaratamente allergica a qualsiasi differenza culturale, linguistica, religiosa, politica e sociale.

Ma sono anche un amico, un compagno di cittadini italiani che condividono con me, seppure in diverse modalità, gli stessi sogni, gli stessi desideri e sognano un mondo in cui i cittadini si vogliano un po’ più bene. Molti di questi miei concittadini lavorano nelle associazioni, nelle aziende, militano nei sindacati. Sono impiegati, insegnanti, medici, infermieri, oppure operatori di strada, educatori nei centri parrocchiali e sociali e nei centri di studi. Con gli italiani ho iniziato un lungo percorso sociale che ci auguriamo porti a dei risultati.

Ad alcuni di questi miei concittadini consiglio alcune cose a cui dobbiamo educarci:

– l’attenzione all’altro

– la cura dei rapporti di amicizia, di parentela e di affinità elettive

– l’ascolto reciproco

– il gusto delle piccole cose che la vita ci offre

– più lettura, più riflessione

– costante lavoro per la pace, la convivialità, la giustizia nelle cose minime: le violenze provocano violenze

– di non generalizzare gli stereotipi, i pregiudizi che costituiscono le barriere all’amicizia e sostegno all’intolleranza e quindi alle forme di discriminazione

– la cura dell’ambiente e del verde

– meno spreco e meno esibizionismi materialistici.

In questi ultimi mesi sono un po’ preoccupato per vari fatti che stanno succedendo nella nostra città. L’ho anche detto alla mia compagna di vita, italiana. I miei concittadini italiani stanno ritornando a chiudersi nelle loro case. Alcuni si lamentano che noi cittadini immigrati italiani siamo un po’ la causa dei loro problemi.

Dicono che in via XX Settembre a Verona e in via Anelli di Padova siamo tutti delinquenti. Si dimenticano facilmente che siamo anche badanti, colf, operai conci, marmisti, autotrasportatori. Si dimenticano il macigno di pregiudizio che pesava sul collo dei loro nonni all’estero quando tutti loro venivano chiamati mafiosi.

Italiani mafiosi. Eppure si sapeva che non era vero. Noi cittadini immigrati siamo prima di tutto uomini, donne, figli e genitori, concittadini con doveri e diritti, che dobbiamo imparare a riconoscere in ognuno, in qualsiasi ognuno. lo africano in Italia e concittadino degli italiani, credo che bisogna chiacchierare meno ed essere più efficienti, pragmatici, ma soprattutto più solidali, più altruisti. L’Italia è la nostra terra e anche il ponte che ci unisce insieme agli altri concittadini di altre culture, religioni, colore della pelle, tradizioni e sentimenti umani. Siamo nella stessa barca e, come tali, ci dobbiamo sentire solidali e calorosi tra di noi.

Jean-Pierre Sourou Piessou

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