Chi è causa del suo mal pianga se stesso

Prima di esprimere una posizione in vista del ballottaggio di domenica 25 giugno, abbiamo aspettato di leggere il testo del documento del Partito Democratico veronese dopo la sconfitta elettorale. Si legge di “orgoglio di aver lavorato con il massimo impegno, facendo tutto il possibile per ottenere il migliore risultato”. Di Orietta Salemi, candidato sindaco, si dice che “ha condotto una campagna elettorale esemplare, con impegno e dedizione totali”. Possiamo sottoscrivere le parole sull’impegno della candidata. Quanto scritto però indica la pochezza di un partito duramente sconfitto pur trovandosi in una situazione  di privilegio:

Il Centro Destra era diviso come mai: i vincitori Sboarina e Bisinella hanno raccolto voti nella stessa area; non solo: anche Michele Croce, Filippo Grigolini, Marco Giorlo, Roberto Bussinello sono della stessa area; Alessandro Gennari (grillino, di provenienza Forza Italia) è stato votato da persone di ogni provenienza; solo Michele Bertucco ha guadagnato voti che sarebbero stati fondamentali per la Salemi.

Questi dati rendono molto amara la sconfitta e mostrano l’inconsistenza del partito: è l’impostazione complessiva che non va e il gruppo dirigente dimostra di non essere in grado di stabilire un buon rapporto con il popolo veronese e di mettersi in sintonia con i concittadini. Facciamo due esempi per capire il disastro che si è verificato: l’inconsistenza delle tre liste che hanno sostenuto la Salemi e la pochezza del programma presentato.

Le liste pro Salemi proponevano persone di valore, ma quasi tutte sconosciute ai concittadini. Per conquistare il ballottaggio sarebbero bastati tre (probabilmente anche due) candidati di peso, in grado di puntare ai mille voti di preferenza in ambienti attenti alle mosse del PD. Individuare queste persone non era difficile e c’era chi poteva dare una mano. Andiamo oltre: di persone in grado di puntare ai mille voti, se ne potevano presentare più di due: forse si poteva andare oltre i voti di Federico Sboarina. Difficile? Sì. Possibile? Sì.

Veniamo al programma: abbiamo confrontato le proposte programmatiche

per il Comune di 20, di 10, di 5 anni fa. E’ impressionante: la differenza è minima. Significa che l’immagine di Verona che abbiamo nella nostra mente è ferma: ci va bene come è; tutto può procedere come oggi. Perciò la campagna elettorale non entusiasma nessuno. Un solo esempio: la centralità dei quartieri e delle periferie è stata il ritornello programmatico dominante della campagna elettorale. Chi ascolta o legge resta indifferente: sono parole già sentite, che mai hanno avuto un seguito. Domanda: riusciremo nei prossimi anni a mostrare in che cosa consiste la centralità dei quartieri? I nostri lettori hanno sotto mano un nostro tentativo di concretizzare il progetto, partendo dalla valorizzazione delle piazze e del nostro fiume: l’Adige. E’ un tentativo. Può aprire tante possibilità.

Ecco: se il Partito Democratico avesse dedicato molto tempo per immaginare una Verona migliore e avesse individuato una decina di candidati di portata cittadina, certamente oggi la politica veronese si troverebbe in una situazione diversa. Succederà in futuro? Ce lo auguriamo e siamo pronti a fare la nostra parte; ma non ci contiamo molto: sono almeno 20 anni che ripetiamo queste prospettive, ma programmi innovativi ed entusiasmanti per la popolazione non sono all’attenzione e i candidati di peso cittadino si tengono alla larga. Perché? Noi crediamo nei partiti, come li presenta la nostra Costituzione; ma se sono i partiti l’intoppo, occorre tentare altre strade, difficili, ma possibili: sarebbe una sconfitta per tutti, ma se non c’è altra strada, perché no?

Tito Brunelli                                                                                                 Armando Ferrarese

 

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Archiviato in Elezioni comunali 2017, Parere di Tito Brunelli

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