Quale fronte privilegiare?

Il sindaco Tosi punta a dare spazio alle richieste del territorio:

“Cariverona guardi prima a Vicenza e al Veneto: le banche venete sono in difficoltà”. Condivide però l’alleanza lombardo-veneta: la fusione Banco-Bpm e auspica che “l’alleanza si allarghi agli istituti veneti”.

Domanda inevitabile: l’eventuale impegno di Cariverona per creare un Polo di credito veneto quali rischi comporta per l’aggregazione tra Banco Popolare e Bpm?

Il presidente Mazzucco: “La Fondazione esiste per supportare finanza e imprenditoria venete.  Le difficoltà dei mercati influiscono sulle scelte della Fondazione, anche in termini di erogazioni. Però il bilancio dell’ente è molto solido. Vendere in questo momento significa perderci: eventuali operazioni non devono compromettere il patrimonio. E’ da decidere l’investimento prevalente. Prevedo che ci saremo; mi riferisco alle Popolari venete”.

Mazzucco dialoga con Carlo Fratta Pasini, presidente di Banco Popolare;

valuta l’aumento della quota di Cariverona nel Banco, “nel momento in cui sarà un investimento utile a tutti”: a tutta la città. Dialoga anche con i vertici di Veneto Banca (Pier Luigi Bolla – presidente e Cristiano Carrus – ad) e di Popolare di Vicenza (Stefano Dolcetta – presidente). “Sono tante le valutazioni sull’opportunità degli investimenti e sulla possibilità di andare incontro alle richieste senza mettere a rischio il patrimonio. Quanto all’ordine di grandezza degli investimenti tutto dipende dal fatto che si riesca ad alleggerire la quota in Unicredit, eventualità strettamente legata all’andamento dei conti in Borsa. Ai prezzi attuali la cessione delle azioni non è obbligatoria, visto che il peso della partecipazione nella banca è sceso sotto la soglia di un terzo del patrimonio della Fondazione. Vendere potrebbe portare a un depauperamento del patrimonio”.

Anche se non c’è obbligo di un via libera preventivo, Saviotti e Castagna, amministratori delegati di Banco e di Bpm, vanno a Francoforte per vincere le resistenze della Bce al progetto di fusione dei due istituti e della loro trasformazione in spa. Scelgono la linea della prudenza vista la delicatezza dell’operazione e la sua unicità: per la prima volta si fondono due grandi Popolari, dando vita al terzo gruppo bancario d’Italia. Il principale scoglio allo schema di fusione concordato riguarderebbe la decisione di concedere a Bpm un’autonomia e un CdA autonomo prima della fusione, come preteso dalle organizzazioni sindacali interne a Bpm. Rispetto alle prime bozze, l’autonomia è scesa da 6 a 3 anni, limando le funzioni della controllata a carattere commerciale e il numero dei componenti della dirigenza (sette). Sarà sufficiente? Pare più superabile un’altra obiezione della Bce, che chiede di diminuire i membri del CdA del futuro gruppo: 19. Infine c’è lo scottante capitolo dei crediti deteriorati, pari a 8 miliardi (di cui 6,4 in capo al Banco). Eliminata la possibilità di rafforzare il patrimonio con un nuovo aumento di capitale, Bce preme per un alleggerimento delle sofferenze, con un piano di dismissione più rapido e cospicuo di quanto ipotizzato fino a ora. Sensazione: l’accordo non è in vista: non si possono annunciare nozze imminenti.

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