Commento 2

Pierpaolo Romani su Il Corriere di Verona del 2 aprile 2015.

Infiltrazione che può divenire radicamento; insufficiente consapevolezza della pericolosità e pervasività del fenomeno; sottovalutazione; scarso coordinamento tra gli organi istituzionali e inquirenti; corruzione, reati spia (incendi), scambi elettorali. A leggere i resoconti della stampa sul lavoro svolto in questi giorni dalla Commissione parlamentare antimafia in Veneto, in particolare a Verona, pare di tornare indietro di più di 20 anni. Era il 1994 quando il senatore Carlo Smuraglia presentava al Parlamento italiano una relazione sulla presenza mafiosa nelle regioni del centro-nord Italia, Veneto compreso. A scorrere quelle pagine ci si sente permeati da spirito di rabbia e di inquietudine. Si legge:

“L’interesse dei gruppi criminali si rivolge agli appalti e alle opere pubbliche; tende a influire sulla concorrenza in forme illecite; mira all’inserimento nel sistema economico. Si diffondono società finanziarie; si realizzano acquisti di immobili con larga disponibilità di denaro contante; si assiste al turn-over, crescente ed eccessivo, della titolarità di esercizi commerciali. Tutti fenomeni riconducibili al riciclaggio”. Già 20 anni fa si sapeva che le mafie, per espandersi nel Nord Italia, avevano scelto la strada dell’investimento e della corruzione piuttosto che quella dell’esercizio della violenza. Ma nella nostra regione buona parte della politica e settori dell’attività investigativo-giudiziaria si sono concentrati sul tema della sicurezza piuttosto che su quella del contrasto alla criminalità organizzata. Per 20 anni siamo stati bombardati da messaggi tipo: “siamo invasi”, “non siamo più sicuri a casa nostra”. Hanno cercato di convincerci in tutti i modi che l’unica vera minaccia erano gli immigrati, non i mafiosi e i corrotti. Perché la mafia era un problema che non esisteva nel Veneto ricco e laborioso e chi denunciava il fenomeno, con atti e dati concreti, era accusato di sporcare l’immagine e l’economia del nostro territorio. La mafia era problema di un Sud considerato povero, arretrato, clientelare e quasi geneticamente criminale.

Colpisce nel vivo che la Commissione parlamentare antimafia e la sua presidente, persona autorevole, con parole misurate ma ferme abbiano chiesto al Prefetto la possibilità di valutare l’istituzione di una Commissione d’accesso per il Comune di Verona, il cui sindaco è stato per anni il delfino di quel Roberto Maroni che, in qualità di Ministro dell’Interno del governo Berlusconi, si è più volte vantato di aver ottenuto grandi successi contro le mafie. Peccato che nella storia di questa nostra Repubblica, Maroni sarà ricordato non tanto per questo slogan propagandistico, ma come colui che pretese di avere uno spazio televisivo per tentare – senza successo – di smontare le denunce di Roberto Saviano sulla presenza del crimine organizzato al Nord e le collusioni anche del suo partito. Anche oggi chi governa Verona, anziché spiegare e chiarire portando elementi di prova concreti, preferisce insultare e parlare per slogan. 20 anni fa sempre Smuraglia ammoniva il Parlamento sulla necessità di migliorare l’effettività dell’azione di coordinamento tra gli uffici giudiziari e gli organismi inquirenti. Sarebbe opportuno che il CSM, organo di autogoverno dei giudici, e il Ministero dell’Interno si premurassero di svolgere una rapida quanto adeguata ricognizione sull’operato delle Procure, delle Prefetture e delle Questure del Veneto. In questi anni non sono mancati risultati importanti, ma dai lavori della Commissione, in particolare da quelli svolti a Verona, è emerso che qualcosa va rivisto e migliorato. Non c’è tempo da perdere”.

 

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