Contributo del giornalista Alessio Corazza

Da “Il Corriere di Verona” del 10-12-14

L’idea che il progetto del traforo delle Torricelle, nato in tempi di vacche grasse, credito facile e traffico automobilistico crescente, potesse scollinare indenne gli anni della grande crisi attraverso un aggiustamento in corso d’opera, si è rivelata una pia illusione. Il pronunciamento dell’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone suona come un “De profundis” non solo per la gara d’appalto, ma per l’intera opera. La proposta dei promotori di poter realizzare il traforo a stralci nasceva infatti da problemi concreti e apparentemente insuperabili. “Non c’è alternativa a meno che non si voglia tornare al Cipe e aspettare un molto improbabile finanziamento dal Ministero. Ma di questi tempi non ci spererei”, diceva l’ingegner Gianfranco Zoletto, uno degli amministratori delegati della Mantovani spa, che avrebbe dovuto raccogliere il testimone da Technital una volta che dalla progettazione si fosse passati ai cantieri. Molto probabilmente è un problema di soldi: i promotori avevano constatato che era di fatto impossibile aver credito per finanziare l’opera, dai costi ingentissimi (436 milioni). La scappatoia era stata trovata con una modifica progettuale, resa possibile dal “decreto del fare” dell’allora governo Letta: costruire una sola delle due gallerie previste, farla a doppio senso di marcia e, con i proventi dei pedaggi, finanziare la costruzione, dopo alcuni anni, della seconda. “Ci sarebbe un minor impatto dei cantieri sul territorio con una formula che consentirebbe comunque la realizzazione di una infrastruttura fondamentale per la città”, diceva Corsi. Che si camminasse sulle uova era noto: il bando di gara del Comune non prevedeva l’ipotesi dello stralcio. Il parere dell’avv. Lolli non lasciava spazio ad equivoci: la modifica progettuale cambia in modo sostanziale le condizioni previste dal bando di gara: non è quindi accettabile. E le nuove possibilità di procedere con i lavori a stralci, come previsto dal “decreto del fare”, non sono retroattive. Va aggiunto il nodo della quota di finanziamento all’opera che dovrebbe assicurare l’Autostrada Brescia-Padova. Il sindaco Tosi, presidente della società, si è battuto con il Ministero per mantenere la disponibilità dei 53 milioni stanziati diversi anni fa, “congelati” alla scadenza della concessione alla Serenissima. Tosi ha assicurato che il problema è stato risolto, ma il PD ha avanzato dubbi, lamentando la mancanza di documentazione ufficiale. Oggi il problema è un altro, di proporzioni ben maggiori: l’illusione di poter procedere a stralci è durata un anno e mezzo. Si riparte per altra via. E il Sindaco, che era fermamente convinto di veder partire i lavori prima del termine del suo secondo mandato, nel 2017, non può che veder vacillare quella certezza”.

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