Ecco cosa rischiamo di perdere a Vajo Galina

L’ impegno del Wwf è volto al rispetto dell’ambiente e della vegetazione spontanea, con una sola attività consentita: quella agricola, effettuata con metodi tradizionali, senza l’impiego di prodotti chimici e con particolari accorgimenti per il rispetto dell’habitat naturale. L’Oasi di Vajo Galina ha una superficie di circa 27 ettari; confina con aree completamente boscate, una cintura di protezione delle zone interne, biologicamente delicate. Nella riserva vi sono varie tipologie di bosco, a seconda delle condizioni ambientali; un corso d’acqua con sorgente in grotta; terreni a prato arido; siepi spontanee; pendii terrazzati coltivati a olivo.
L’Oasi naturale è una realtà pressoché unica nel contesto pedemontano veronese, per:
– l’importanza naturalistica, considerando anche la sua particolare posizione a ridosso della città;
– la presenza di una coppia stanziale di corvo imperiale che si riproduce regolarmente;
– l’essere luogo di sosta e di nidificazione per numerose varietà di uccelli stanziali e migratori rendendo interessante l’attività di osservazione degli uccelli;
– un habitat vitale per tutte le specie animali e vegetali;
– la presenza di 11 specie di orchidee;
– attività agricole perfettamente integrate con la tutela ambientale;
– la notevole estensione delle zone boscate;
– la presenza di tutti gli ambienti naturali caratteristici della collina pedemontana: bosco d’alto fusto, boscaglia, incolto, prato arido, cespugli, siepi, muri a secco, pareti di rocce, grotte, coltivi, sorgenti d’acqua, greto di torrente,..;
– testimonianze dell’uomo preistorico in ripari sottoroccia;
– attività estrattiva della particolare ‘pietra Galina’ protrattasi fino al 1960;
– il particolare aspetto geologico e geomorfologico delle colline che circondano Avesa;
– attività di ricerca e iniziative scientifiche che fanno di Vajo Galina un vero ‘laboratorio verde’;
– un pregevole esempio di villa, del 1862, su disegno di Sammicheli, dell’allora proprietario Gaetano Guardini, sindaco di Avesa dal 1872 al 1878.
La valle di Avesa, grazie alla sua posizione, ha costituito un importante richiamo per l’uomo fin dalla preistoria. Le prime tracce risalgono al Paleolitico: sito archeologico di Villa, a Quinzano. Gli antichi abitanti hanno lasciato consistenti documenti della loro vita, ritrovati nel 1957 nei ripari Mezzena e Zampieri, sul versante sinistro del vajo, visibili dal parcheggio di villa Guardini. Due cavità scavate dall’erosione carsica restituirono, con abbondanti manufatti litici (frecce e raschiatoi fatti in selce), numerosi resti faunistici di daino, capriolo, bovini, una specie indeterminata di orso, molti micro mammiferi e un frammento di cranio di tipo neandertaliano.
La valle era al limite della pianura ricca di selvaggina; rimaneva al di sopra e protetta da possibili piene dell’Adige e dai numerosi acquitrini.

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