La parola talismano: i Cip6

Paternoster ha dichiarato che lo stop di Ca’ del Bue è dovuto alle inadempienze del governo che “non ci dà quanto ci deve”.

Il sindaco Tosi conferma: “Senza i Cip6 l’impianto non si fa”.

Entrambi si riferiscono ai Cip6 o “certificati verdi”. Cosa sono?

Il Comitato interministeriale Prezzi, con delibera n° 6 del 1992, stabiliva un incentivo per sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili: eolico, solare e geotermico: i Cip6. In un secondo momento questi sono stati estesi alle cosiddette fonti assimilate, come l’energia prodotta dall’incenerimento di rifiuti. Ca’ del Bue, nato in quei tempi, ottiene una convenzione di 7 anni per avere i Cip6. A essi AGSM ha fatto ricorso nel 2006, nel breve periodo in cui l’inceneritore è stato messo in funzione (Amministrazione Zanotto), salvo respingerli una volta compreso che i difetti dell’impianto erano insormontabili. Ma il diritto di utilizzare i Cip6 è rimasto ed è diventato la colonna portante del bando per la riattivazione di Ca’ del Bue, con i nuovi forni.

In quegli anni l’Autorità per l’energia denunciava a più riprese le distorsioni di un eccessivo e costoso ricorso ai Cip6 da parte delle fonti assimilate.

Giugno 2012. Il Ministero per le Attività produttive dice basta ai Cip6 per i termovalorizzatori.

A chi ha convenzioni in essere viene offerta la possibilità di recedere in cambio di incentivi. AGSM rinuncia a questa possibilità: siccome Ca’ del Bue non ha mai funzionato, recedere dal contratto è penalizzante. Da qui la richiesta al “Gestore statale dell’Energia” (Gse) di confermare i Cip6 per Ca’ del Bue.

Il Gse risponde negativamente: “basta Cip6 agli inceneritori”.

AGSM ricorre al TAR e chiede al Ministero di rivedere la pratica.

La questione: Ca’ bel Bue deve produrre energia elettrica dalla combustione dei rifiuti. Senza l’aiuto dei Cip6, essa si paga a un prezzo superiore ai valori di mercato. Con i Cip6 invece sta in piedi il piano finanziario messo a bando da AGSM per rifare l’impianto, vinto nel 2010 da Urbaser. Senza i Cip6 è impensabile ridurre la portata dell’impianto (da 190.000 a 150.000 tonnellate annue) come vuole la Regione, e garantire una tariffa bassa per il conferimento: 119 euro a tonnellata. Senza i Cip6 l’affare non rende e si blocca l’accensione dei forni. I contributi ministeriali Cip6 non sarebbero accessibili per il nuovo impianto di Ca’ del Bue. Solo essi però consentono ai gestori di vendere la propria produzione elettrica, realizzata mediante combustione di fonti rinnovabili, abbattendo un costo che altrimenti sarebbe triplo rispetto a chi produce elettricità usando petrolio e carbone.

Sui contributi pubblici la commissione europea non prevede eccezioni: ha aperto una procedura di infrazione a carico dell’Italia per errata applicazione della direttiva: la parte non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata come “fonte di energia rinnovabile”. Anche una legge italiana del 2007 vieta l’erogazione di contributi Cip6 agli inceneritori, disponendo che “finanziamenti e incentivi siano concessi ai soli impianti realizzati e operativi”.

Senza i contributi ministeriali l’inceneritore non ha futuro.  Urbaser aspetta di valutare se il piano finanziario sarà ancora sostenibile.

Chi può permettersi di costruire il futuro su contributi che non sono previsti?

 

 

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