Segnali di crisi. Estate 2013: arriva la bomba Ipermercati.

I sussurri si sentivano da tempo. Luglio 2013: La grande distribuzione veneta scricchiola e ‘cede’ ai contratti di solidarietà (più di un migliaio negli ultimi 6 mesi): si rinuncia a parte dello stipendio per non lasciare a casa nessuno.

– Auchan di Mestre: quasi 300 su 350 lavoratori accettano contratti di solidarietà dall’1 agosto;

– Carrefour di Marcon: 200 su 235 contratti di solidarietà sono partiti l’1 giugno, dopo la cassa integrazione. Carrefour di Portogruaro: 199 dipendenti su 220 sono in contratto di solidarietà dall’1-1-2013. Il vicino Carrefour di Thiene regge bene.

– Feltrinelli del Veneto: 105 contratti di solidarietà in questo luglio.

Da anni si parla delle difficoltà dei piccoli negozi cittadini di fronte ai grandi centri commerciali. Ora anche Golia non sta bene.

Massimo Zanon, presidente regionale Confcommercio: “La difficoltà varia da luogo a luogo; ma la crisi è generale. Il problema per i grandi centri commerciali è che sono troppi. Non sono state fatte valutazioni territoriali per bilanciare domanda e offerta. In questi ultimi anni si è continuato a procedere come se nulla fosse e intanto il mercato è fortemente cambiato.

A Verona 172 dipendenti su 210 dell’Auchan sono in contratto di solidarietà dal primo gennaio 2013, per 12 mesi. A Vicenza invece Auchan non è stato toccato.

– Mercatone Uno chiude a fine agosto i punti di vendita di Badia Polesine, Mogliano Veneto e Valli di Chioggia; altri 8, veneti, rimangono aperti.

Non è detto che dove va bene si possa inneggiare allo scampato pericolo. Una selezione naturale salverà i più forti, con il rischio che rimangano zone non servite. In Veneto, come se nulla fosse cambiato, continuano a nascere nuovi centri commerciali.

Maurizio Franceschi, direttore di Confesercenti regionale: “Si tratta di incongruenze, di miopia degli amministratori che decidono di dare il via libera a nuovi insediamenti quando tra un po’ dovremo chiederci che utilizzo fare di contenitori vuoti. La prima parte della crisi non ha quasi toccato la grande distribuzione; ora è arrivata anche qui. La ragione? I consumi continuano a diminuire, con punte del 30% su abbigliamento e alimentare”. La grande distribuzione corre ai ripari: rinnova l’offerta; sceglie i contratti di solidarietà per mantenere la continuità occupazionale; testa nuove soluzioni economiche per gli acquirenti.

Per i sindacati parte della responsabilità va alle aperture domenicali: “Costano e i costi si ripercuotono sui lavoratori”.

Ma perché anche la grande distribuzione arranca? Francesco Casarin, ordinario di Economia a Venezia: “Il motivo principale è la crisi. Crescono i Discount. Si salvano i punti vendita “low cost”,

alcune catene non food specializzate in prodotti per casa e cosmesi e piccole catene locali di supermercati radicate nel territorio e meritevoli di aver saputo fidelizzare la clientela. Si caratterizzano per un approccio imprenditoriale familiare e a basso costo. Perdono terreno ipermercati e negozi di qualità, in particolare quelli dei centri storici. Non sparirà il commercio tradizionale; deve però riorganizzarsi rispondendo a ogni esigenza di acquisto del consumatore. Occorre favorire l’associazionismo tra negozi; scegliere bene la location privilegiando le aree ad alto traffico o passaggio. Anche 100 metri possono determinare il destino di un punto vendita. La grande distribuzione deve cambiare volto, con una drastica riduzione del gigantismo, delle enormi superfici di vendita. Alle cittadelle dello shopping si preferiscono realtà più contenute. Ipermercati e centri commerciali devono tenere in considerazione il fattore demografico: l’invecchiamento della popolazione è un dato di fatto e questo genere di forme distributive non è adeguato agli anziani.

Per sopravvivere, funziona puntare su animazione e intrattenimento? Si può tentare l’integrazione con la tecnologia: schermi a disposizione del cliente per navigare su Internet; coordinamento con il commercio on line; un lettore dei prezzi sul carrello, …”.

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