E’ possibile una società sicura?

 Nota di Tito Brunelli

Di fronte ai problemi della convivenza tra le due città (quella dei ‘normali’ e quella degli ‘sbandati’) siamo tutti disarmati: non sappiamo cosa fare né come eliminare il diffuso degrado.

Traballano e si dimostrano impotenti le proposte di cui si parla. Le elenchiamo:

– aumentare i presidi delle Forze dell’ordine; l’intervento dell’esercito; le pattuglie miste (polizia ed esercito), le ronde (ricordiamo?);

– leggi severe che prevedano di cacciare dalla città stranieri e italiani indesiderati;

– una maggiore illuminazione e simili.

Nel 2007 Flavio Tosi ha vinto le elezioni, presentando ai Veronesi varie modalità di repressione, l’abbattimento delle ex Cartiere e dei campi nomadi, in modo che non fossero più rifugio di chi delinque e si nasconde.

Per inciso, faccio presente che, all’inizio della prima Amministrazione Tosi, le ex Cartiere erano libere dalle centinaia di stranieri che prima le abitavano. La città si dovrebbe chiedere perché se ne sono andati spontaneamente e a quali condizioni. Sono disponibile a parlarne, per la mia parte.

Dopo cinque anni e mezzo della “cura Tosi” si può dare un giudizio: come stanno le cose?

Alcuni dati sono peggiorati. Negli ultimi due anni in particolare sono aumentati furti, rapine e aggressioni, soprattutto nelle case; sono aumentati anche spacciatori di droga, senza dimora, alcolizzati, coloro che chiedono l’elemosina.

Daniela Drudi, presidente della prima Circoscrizione: “Le abbiamo provate tutte! E la situazione peggiora”. Cosa significa? Che non c’è niente da fare? Che dobbiamo accettare le due città che convivono e che si fanno i dispetti reciprocamente? Dobbiamo continuare a sentirci infastiditi da piccoli delinquenti e sbandati per la sopravvivenza?

Forse, per riaprire una speranza, vale la pena tornare indietro, pur in situazioni molto diverse. Quelli che Tosi chiama “sbandati” c’erano anche 100 anni fa, 50 anni fa, 30 anni fa. Allora, in un ambiente ristretto, la comunità locale li adottava come figli di tutti. Ho davanti agli occhi gli “sbandati” del mio paesello (Velo Veronese): tutti insieme proteggevamo bambini e adulti in difficoltà. Chi poteva li ospitava per il pranzo; oppure offriva lavoretti, per cui queste persone si mantenevano. Vivevano nella comunità. Gruppi parrocchiali, culturali, del tempo libero, … li accoglievano e, spesso, li coccolavano. Almeno nei paesi.

Vale la pena non perdere i valori di un tempo e riviverli in una situazione diversa. Un prete che se ne intende, don Sergio Pighi, diceva che almeno il 40% dei cosiddetti sbandati possono riprendere una vita autonoma. Basta stare loro a fianco, procurare lavoro (anche ‘lavoretti’) per un recupero di autonomia e di autostima. Sono persone o sconfitte dalla vita o che faticano a tenere il passo della nostra società; ognuna a modo suo, però, sono in grado di stare in piedi da sole, se accompagnate. Ma se la società (guai se lo fa il Comune, la casa di tutti) fa di loro un problema di ordine pubblico e, perciò, incarica di occuparsene la polizia, i carabinieri, l’esercito, le guardie armate, quale può essere la loro risposta? Si allontaneranno sempre di più dalla gente ‘normale’.

Chiedo: è proprio vero che “le abbiamo provate tutte?”. Mi pare che manchi il percorrere la via dell’umanità; dell’essere a fianco delle persone in difficoltà.

Ed ecco la domanda capitale: per affrontare questa situazione di emarginazione serve di più un poliziotto o un assistente sociale motivato? Una ronda o un gruppo di formatori che promuovono l’integrazione sociale? Vale di più imprigionare chi delinque o accompagnare chi è disponibile a recuperare le motivazioni della rinascita?

Resta l’altro 60%. Spesso si tratta di tragedie umane. In molti casi si tratta di

– malati di mente

– persone che rifiutano la nostra società,

– persone rimaste senza lavoro e senza famiglia,

– padri soli, senza casa e con forti obblighi economici nei confronti degli ex familiari;

– persone cadute nella droga,

– persone che non accettano gli interventi sociali e si pongono in un atteggiamento di guerra contro tutto e tutti.

Sono i casi della nostra impotenza; dell’impotenza di una società in cui la tendenza è che ognuno pensi a se stesso, al massimo alla sua famiglia e a un gruppo ristretto.

Un esempio: si può lasciare un malato di mente alle sole cure, spesso amorose, di mamme e di papà vecchi e indifesi? E che accadrà quando questi non ci saranno più?

E’ la nostra impostazione sociale che dobbiamo riprendere in mano. Difficile. Molti diranno: impossibile. Ma forse è più facile promuovere una reimpostazione complessiva della nostra comunità che tenere l’ordine pubblico ricorrendo a Forze armate e Forze dell’ordine, che hanno limiti invalicabili e che, in molti casi, contribuiscono a peggiorare la situazione di conflittualità e, perciò, di delinquenza.

La proposta è ardua, ma, per il 60% delle persone di difficile inserimento sociale, ce n’è un’altra? Ne vogliamo parlare? Vogliamo cambiare rotta? Se la risposta è ‘no’, significa che nulla cambia.

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