Italia e Unione Europea: quale corresponsabilità?

Spesso, quando presentano decisioni che molti cittadini non condividono, i politici si giustificano dicendo: “Lo chiede l’Europa”. “L’Europa ha deciso così. Non possiamo farci nulla”. Negli ultimi 30 anni, le classi dirigenti italiane hanno pensato di risolvere in questo modo i problemi del Paese, restio a cambiare abitudini e pregiudizi, legato ai suoi vizi, a mille interessi contrapposti, a tenaci corporativismi. Sappiamo che l’Italia è diffidente verso le direttive dall’alto e le norme; abituata a usare lo Stato e a piegarlo al proprio utile; quasi mai a piegarsi all’utile dello Stato.

Perché, nonostante le difficoltà, le classi dirigenti hanno preso questa strada, prendendo atto che l’Italia è politicamente indomabile e lo hanno fatto specialmente a partire dalla fine degli anni 80, quando fu chiaro che la spesa pubblica facile, iniziata 15 anni prima, aveva creato una situazione finanziariamente insostenibile? Avevano preso atto che era impossibile togliere al Paese rendite, privilegi, abusi o ridimensionare benefici a cui si era abituato:

– impossibile organizzare l’amministrazione pubblica all’insegna del merito e dell’efficienza;

– impossibile rivedere il catastrofico ordinamento regionale;

– impossibile rivedere leggi eccessivamente permissive appena approvate;

– impossibile rifare una scuola sfasciata;

– impossibile cambiare dall’interno il rapporto politica – società;

e così via per molte, troppe voci.

Impossibile stante il suffragio universale. Chiunque ci avesse provato avrebbe pagato un prezzo elettorale catastrofico. Si ascoltava questo ritornello: “Questo si vorrebbe, ma non si può fare”. “Le cose stanno così: questa è la verità, ma non si può dire”. Lo sussurravano politici intelligenti e informati; ma inevitabilmente rassegnati. Intimidita, la politica si trovò messa all’angolo da un Paese che non voleva saperne di prendere atto di come stessero le cose. In questa realtà soffocante, per convincere la società italiana di ciò di cui essa da sola non poteva convincersi; per farle accettare ciò che da sola non avrebbe mai accettato, la parte più avvertita della classe dirigente imboccò la strada del vincolo esterno: “Lo chiede l’Europa”. Questo sull’esempio della fondazione del regime repubblicano: dopo il 1943 fu un fatto esterno, la sconfitta miliare italiana e la vittoria alleata, a stabilire la democrazia in Italia. Sul finire degli anni 80 il vincolo esterno fu l’Unione Europea: politiche e direttive comunitarie avrebbero messo le briglie al Paese; l’euro avrebbe imposto il ravvedimento finanziario agli italiani dissipatori e riottosi, trasformandosi nel salvagente al quale si aggrappò una parte maggioritaria della classe politica, incapace di guadagnare con i propri mezzi il consenso necessario per un mutamento di rotta. Come in nessun altro luogo del continente, l’adesione all’europeismo divenne la legittimazione del sistema, obbligatoria per chiunque volesse accedere al governo e essere ammesso a una piena rispettabilità politica. L’ultima fase della politica italiana si è identificata con questa prospettiva.

Oggi siamo alla prova del fuoco per verificare se ‘il vincolo esterno’ è ancora accettabile e se ferisce o no il legittimo sentimento di autostima del Paese. Di certo esso deve seguire strade inedite: ad esempio, deve produrre un immediato beneficio, altrimenti appare un’imposizione esterna nell’interesse precipuo della parte esterna. Nei 14 mesi del governo Monti il vincolo europeo non ha soddisfatto la condizione dell’immediato beneficio: la situazione del Paese invece di migliorare è peggiorata. Dire: “Poteva andare peggio”, appare una presa in giro per chi è nel disagio. Affermare: “Non c’era altro da fare” non è suffragato da prove convincenti. Il ‘vincolo esterno’ deve diventare invito appassionato alla società civile, per un esame di coscienza e per ripensasse una pedagogia civile ispirata a verità e cultura, capace di animare una nuova società. In caso contrario il prezzo da pagare, per tutti, può rivelarsi molto alto.

Nota di Tito Brunelli.

Va rivista tutta l’impostazione dell’Unione Europea e questa ‘revisione’ deve essere opera non di alcuni, ma dell’intera popolazione europea, in particolare dei giovani, abituati a comunicare con i loro coetanei in tutto il continente. Strada difficile, ma necessaria e urgente. Presentare l’Europa, come avviene ripetutamente, come il cane da guardia che decide al nostro posto e ci punisce quando non rispettiamo la sua volontà, è la strada giusta per affossare il futuro politico, economico e culturale del nostro continente, destinandoci così a essere marginali nel nostro mondo.

(continua)

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