Costruire i costruttori del futuro

Lo ripetiamo spesso: in Italia mancano personalità politiche che sappiano indirizzare il cammino comune e motivare la partecipazione di molti alla costruzione del bene comune. “Non ci sono più i De Gasperi, i Moro, i Fanfani, i Togliatti, i Berlinguer, i La Malfa, gli Spadolini, gli Almirante, gli Spinelli, gli Einaudi, … “. Per questo abbiamo un governo tecnico (che più politico di così non si può).

Dopo un paio di decenni in cui la politica si è lasciata boccheggiare, finalmente parliamo di Europa: non per una nuova lungimiranza politica, ma perché ci rendiamo conto dei danni che possono pesare su tutti se dovesse morire questa Unione Europea, per quanto assomigli più a uno sgorbio che a una speranza. “Ma – si dice – non ci sono politici o personalità in grado di indirizzare il futuro e di coinvolgere singoli cittadini, popoli e Stati. Non ci sono più i De Gasperi, i Delor, gli Schuman, gli Adenauer”. Il nostro continente si ritrova povero di menti politiche, capaci di aprire pagine nuove e di farle scrivere da tutti.

Anche a livello internazionale non si vedono i personaggi della svolta. Gli Africani faticano a emergere. Gli Asiatici, pur nelle loro enormi potenzialità, appaiono alla ricerca del proprio interesse più che di creare i presupposti di una politica universale di pace e di benessere per tutti. L’America Latina fa qualche passo, ma più per scrollarsi di dosso antichi gioghi che per prendere sulle spalle la ricerca del bene mondiale. L’Oceania è ancora marginale e ripiegata su se stessa.

Obama ci ha coinvolti ed entusiasmati al suo sorgere politico. Siamo ancora in attesa di capire se possiamo puntare su di lui.

Urge chiedersi il perché: perché mancano statisti di peso? A prima vista questa situazione pare strana: nessuna epoca ha avuto le potenzialità della nostra: possibilità scientifiche, di conoscenza diffusa, culturali, di scambio tra religioni e culture, di sviluppo intellettuale, di tanti anni di vita.

C’è chi dice che oggi manca la fatica della conquista del proprio avvenire. Può essere almeno in parte vero, ma in molti ambienti le difficoltà, anche pesanti, non mancano.

Azzardo un’ipotesi per la ricerca. Oggi prevale una cultura che spezzetta l’esistente. Siamo esperti e capaci in piccoli, per quanto importanti, settori ma, se usciamo da questi, ci sentiamo perduti. Come possono persone che vivono nel particolare assumersi la responsabilità del globale? Come possono crescere menti che, in qualsiasi campo, anche in quelli in cui sono ignoranti e inesperte, sappiano cogliere i legami che fanno dei molti particolari un tutto organico? Possono i giovani d’oggi assumersi consapevolmente la responsabilità di sostenere il mondo degli anziani? Possono i cittadini di Castagnaro assumersi la responsabilità di camminare a fianco dei cittadini di Velo Veronese, alla ricerca del bene reciproco? Possono i cittadini del Nord farsi carico dei problemi del cittadini del Sud e viceversa, con l’intento del bene comune? Lo stesso possiamo dire dei popoli europei e di tutti i popoli del mondo. Il discorso va esplicitato e verificato a livello culturale, sociale, religioso, economico, …

La cultura del particolare rende difficile l’emergere della cultura del bene comune che, nel piccolo di ciascuno di noi, è la cultura dell’intero quartiere, in tutti i suoi aspetti, fino alla cultura del bene universale per quanto a ciascuno compete.

Se questa ipotesi sta in piedi, c’è tanta strada da fare. Forse negli ultimi decenni abbiamo sbagliato strada. Un esempio: possiamo permettere che le numerose associazioni presenti a Verona e ovunque si occupino esclusivamente delle loro finalità specifiche? Meglio: giusto che ci siano associazioni che guardano a scopi particolari; ma obbligatorio che ci siano associazioni che, pur applicandosi in un settore, imparano a guardare e ad andare sempre oltre: ai bisogni, alle esigenze, alle potenzialità e alle speranze di tutti.

Tito Brunelli

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