La crisi libica, la NATO e la politica estera europea

L’Europa: la nostra casa

La crisi libica, la NATO e la politica estera europea

E’ sotto gli occhi di tutti che la tragica vicenda libica sta assumendo, nel Vecchio Continente, contorni grotteschi. La coalizione dei “volonterosi” è infatti sembrata più un’accozzaglia di alleati di fresca creazione che un gruppo di Stati che da 60 anni condividono l’esperienza di un alleanza politico-militare. I francesi, con la loro notoria spocchia, prendono l’iniziativa e calcano la mano; gli USA intervengono perché proprio devono; gli unici che noncuranti sparano Cruise senza battere ciglio sono gli Inglesi; l’Italia non sa probabilmente da che parte stare(bbe); la Germania pone le sue navi sotto proprio comando e, almeno inizialmente, le ritira dalla coalizione.

Era stato paradossalmente preveggente il belga francofono Jean Thiriart, fondatore nei primi anni ’60 della Jeune Europe, movimento nazional-europeista, nato di estrema destra ma che, allo scioglimento, vide i suoi membri riconciliarsi con i loro “colleghi” eurocomunisti. Il programma della Jeune Europe sul punto era molto semplice: scioglimento contemporaneo di NATO e Patto di Varsavia, al fine di dare il via ad una Grande Alleanza Europea che avrebbe portato alla creazione dello Stato Europa, indipendente, “terzo”, svincolato dalle due grandi potenze del tempo: USA e URSS. Quello di cui avremmo bisogno oggi.

La crisi libica e la sua pessima gestione da parte europea hanno evidenziato l’inadeguatezza della struttura NATO, perlomeno quando in gioco ci sono interessi europei. Al di là della facile constatazione del venir meno oggi, caduto il Muro, della necessità stessa della NATO, intesa come patto di reciproca difesa ed alleanza, si noti che, con la sola eccezione del Kosovo nel ’99, la Nato altro non è servita negli ultimi 20 anni che a coordinare le esperienza belliche americane, in cui gli alleati europei, spesso più nolenti (o comunque per sentito dover morale) che volenti, hanno partecipato.

La frammentazione delle posizioni dei governi europei infatti giunge proprio nel momento più sbagliato. Questa guerra, perché è ipocrita non chiamarla così, non si combatte dall’altra parte del mondo, in Iraq o in Afghanistan, ma proprio dietro casa. O, senza esagerare, in casa. Il Mediterraneo infatti, nonostante la globalizzazione, rimane un’opzione importante e irrinunciabile per il Vecchio Continente.

I personalismi che abbiamo visto in questi giorni trasmettono all’opinione pubblica l’idea di un’Europa tutt’altro che unita: simile a quella ringhiosa dei primi anni ’20, quando i malumori postbellici si erano tutt’altro che eclissati. E se l’opinione pubblica, il popolo europeo, perde l’idea di Europa, il Continente è spacciato. E’ infatti impensabile che Francia, Italia, Regno Unito, Germania, come singoli stati, siano in grado di affrontare la sfida del futuro (già) globalizzato. Sarà a partire dalla propria politica estera comune che l’Europa costruirà se stessa come un soggetto finalmente credibile sul piano internazionale, senza doversi inchinare alla potenza di turno (oggi gli USA, domani la Cina, dopodomani chissà). Gli Stati nazionali europei sono troppo deboli politicamente per pensare di poter ambire ad una sorta di “autogestione”.

Urge una politica estera unitaria, attenta agli equilibri tra Stati, fedele osservatrice e obliteratrice dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ma anche attenta allo sviluppo e alla prosperità dei cittadini; una politica estera dunque capace di difendere gli interessi del continente rispetto ai “grandi” che si fanno sempre più insidiosi, e che al tempo stesso sappia diffondere i suoi valori e le sue idee, per mantenere la tanto auspicata pax mundi.

Inadeguata è la NATO a svolgere questo ruolo, perché alleanza di molteplici Stati fortemente sbilanciata verso gli USA, che spesso hanno dimostrato di usare la mano pesante quando a loro faceva comodo. All’Europa poco tornava, nonostante la (quasi) cieca obbedienza.

Il nostro continente si trova davanti ad un bivio: continuare nel suo poco lungimirante andare al seguito della potenza americana, sempre più distante (specialmente dopo le presidenze Bush) da ideali, valori, idee, modelli socio-economico-culturali che hanno animato e continuano ad animare le nostre terre; o decidere di riprendere in mano la bussola e, Uniti nelle diversità, immettersi su un cammino che la riporti al ruolo di “faro” del modello occidentale. Potrà cosi porsi come interlocutore credibile agli occhi del mondo, senza aver nulla da temere né da invidiare all’Obama o allo Hu Jintao del momento.

Federico Chiopris, di Gioventù Federalista Europea

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