Conosciamo un po’ meglio gli africani che vivono tra noi (7)

Cos’è la morte nella cultura africana visto che si pensa e si crede ci sia una continua comunicazione tra i vivi e i morti e che i “defunti” buoni intervengano continuamente nelle vicende umane?

La morte nonostante la tristezza che la accompagna è considerata un fatto normale: non significa in alcun modo l’annullamento. Chi muore continua a vivere e interviene in tutte le faccende della vita dei suoi cari. Si rende in qualche modo presente nel cammino educativo dei figli se ha la famiglia (moglie e figli).

La morte è considerata dalla cultura africana e dall’africano come un passaggio necessario per raggiungere la compagnia del divino e degli antenati che ne sono i diretti intermediari. L’idea dell’africano è che quando si muore, il corpo e tutta la realtà fisica-caduca è destinata alla corruzione. Ciò che rimane per sempre vivo è il rapporto con il proprio (i propri) antenati e la comunità dei viventi. Condurre una vita dignitosa, buona e virtuosa è la condizione per rimanere per sempre nella memoria dei viventi di ogni tempo e spazio. Esiste l’idea dell’immortalità che è il perpetuarsi attraverso quello che si è stati in vita, nella memoria del genere umano. Tutto quello che il divino ha creato è destinato a rimanere eterno come lui. Si muore per sempre quando non si è più presenti nella mente e nel cuore del popolo e della comunità. Talvolta la comunità viene pregata dal gruppo dei saggi di dimenticarsi dei defunti vissuti nel vizio e nella cattiveria.

Gli antenati immortali rappresentano i mediatori tra l’invisibile e il mondo dei visibili (uomini e il creato tutto intero). Tutto ha origine nel fatto che l’uomo vero trova il suo senso nei rapporti con gli altri, con il divino, gli antenati e il creato; l’uomo è l’amore del divino personificato, in quanto creatore di armonie. L’uomo, dice  Nkafu, rimane un grosso mistero se non viene pensato in rapporto a sé, al mondo, al creato e al divino. Il tutto armonico fa della persona una realtà immortale.

Il vivere è il bene per eccellenza per l’africano; il morire è dolore, ma è anche un passare da una prospettiva all’altra. Nell’esperienza della morte, come raggiungimento pieno di ciò per cui si è vissuti, la vita stessa dell’individuo e della comunità di appartenenza trae valore, senso e significato vero: la vita diventa quello che il venerabile Julius Nyerere chiama Ujama, cioè la familiarità. Essa significa il vivere in relazione e in interdipendenza reciproca, ossia sentirsi in comunione. Ed è anche in questo che la morte è in stretta comunione con la vita. Esiste il culto dei morti nella cultura africana. Esso si traduce anche nella rimemorizzazione storica di quello che i “defunti” hanno lasciato come eredità spirituale ed eziologica ai viventi. In certe etnie, ogni tre anni, il culto collettivo dei morti si ripete e diventa il momento in cui parenti, familiari ed amici si riuniscono per riflettere sulle questioni fondamentali e per prendere delle decisioni. Si possono citare, tra le tante, due grosse etnie dell’Africa occidentale: gli Ewe (Togo) e gli Ifè ( Nigeria). Nella morte si cela il senso del dolore, come fatto naturale strettamente legato al vivere contingente. Gli impegni della vita racchiudono il senso di responsabilità e il dolore, visto anche come il logoramento del fisico. La sofferenza per l’africano è una compagna fedelissima della vita quotidiana. Nel dolore si pensa che ci sia una rottura di rapporto con sé stesso, col mondo, con la comunità e con gli antenati. Ecco l’evocare delle cure specialistiche, praticate in tutta l’Africa:”animista”, cristiana, islamica (Sudan, Senegal. Es. il maraboutismo). Un proverbio africano eloquentemente recita: “chi non soffre non è un uomo e chi non gioisce della bellezza e della bontà delle relazioni non è un essere umano”. Sofferenza e gioia sono due facce della stessa medaglia che è la vita. Chi sa soffrire, sa vivere; chi sa vivere, sa stabilire delle relazioni durature tra sé e il mondo che lo circonda. La definizione della persona umana si trova in questi opposti.

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