Una nuova cultura per l’integrazione

Di Bergadano Ornella, docente universitario

Il tema dell’immigrazione provoca disagio, per cui spesso lo si rimuove. Si innesta in un contesto di smarrimento e di perdita di senso della società occidentale.

Come cittadini italiani dobbiamo farci carico della situazione nuova, aiutandoci a capire il fenomeno dell’immigrazione. In molti casi siamo noi i soggetti deboli per incapacità o difficoltà culturale, privi di strumenti di lettura della realtà che ci abilitino a comprenderla e ad affrontarla correttamente. Non attrezzarci su questo tema è imperdonabile se vogliamo essere protagonisti del futuro da costruire.

L’immigrazione è  spesso percepita in relazione alla sicurezza e all’ “insostenibilità culturale”. La rabbia di molti va compresa. Barak Obama dice: “La rabbia non risolve alcunché ma esiste e va indagata. Per risolvere i conflitti occorre non negarli. Se la rabbia esiste e ci limitiamo a desiderare che scompaia, condannandola senza comprenderne le radici, ciò serve soltanto ad approfondire il solco di incomprensione tra le razze, che non esistono: esistono le culture e la multiculturalità, che chiede di trasformarsi in intercultura. Occorre fare i conti con questa complessità”.

Lo Stato ha l’obbligo di esigere da ciascuno inflessibilità verso i propri e altrui doveri,  adottando politiche coraggiose e responsabili per tutelare tutti i cittadini e la loro sicurezza (diritto alla salute, all’istruzione, al lavoro; fisco equo; …) non limitandosi al controllo del territorio. L’inclusione delle minoranze ed il rispetto della diversità  si realizzano se la convivenza è corretta e rispettosa delle regole: occorre inflessibilità verso chi chiede cittadinanza e non rispetta la legge.

Va evitata la guerra tra poveri, tra ultimi e penultimi, tra cittadini italiani e cittadini comunitari e non,  ciascuno alla ricerca di una casa, di un posto alla scuola  materna , di un lavoro, di un letto in ospedale … già occupati da chi non può, da chi non deve, da chi si arroga il diritto … prima di me.  Ci si imbatte sempre più spesso in persone individuali, incapaci di correlare la loro sofferenza quotidiana con il dolore degli altri. Viviamo come se fossimo tanti giganteschi io; l’esperienza del ‘noi’, capace di godere e soffrire insieme e quindi di condividere, appare sempre più rara. Le relazioni interpersonali diventano sempre più povere; quasi ci gloriamo del nostro isolamento.

La nostra è una cultura televisiva e virtuale: esiste  solo ciò che desidero esista, ciò che vedo, mi fanno vedere, voglio vedere. Ci convincono e ci convinciamo di pensare che gli immigrati siano “persone che conviene trattare come tali”.  Occorre invece essere consapevoli  del  contesto. Manchiamo di prospettiva, soprattutto i giovani: meglio star bene e gratificarci oggi se il domani è senza certezze. La nostra rischia di essere la cultura del “ci si salva da soli”. Ci illudiamo di arrivare primi a discapito degli altri. Ma primi dove? La motivazione  allo studio è in caduta libera in troppi giovani, come la percezione e la coscienza che l’integrazione è saper vivere con gli altri, in relazione. Mettersi in relazione, nella molteplicità delle  ricchezze che compongono e sempre di più comporranno il tessuto sociale, è lontano dal sentire comune: lo è tra italiani, colleghi di lavoro, vicini di casa, in famiglia e tra amici; figuriamoci con gli immigrati.  Buona parte delle generazioni anziane poi sono in difesa e rimuovono la complessità della realtà, perché non ne possiedono gli strumenti di interpretazione. Gli stessi che non si sono forniti ai giovani.

Tutto negativo? Abbiamo in serbo tante risorse; occorre raccoglierle e rispondere allo smarrimento se vogliamo intercettare e promuovere le realtà informate, capaci, costruttive del territorio. Occorre fare rete, smuovere le coscienze, trasmettere forza e fiducia per dare inizio ad un nuovo corso culturale che aiuti la nostra gente a capire che non si può vivere senza mettersi in relazione con la diversità, che sarà il terreno di confronto e di dialogo su cui i giovani dovranno maturare le loro decisioni. E con loro noi tutti, se vogliamo essere attori e non spettatori frustrati dall’incapacità di trovare risposte efficaci, senza semplificare e quindi senza negare la complessità che ci sta di fronte.

Certo il dialogo non è indolore e il confronto può essere conflittuale: «Si tratta di un rischio – dice il filosofo Cacciari – ma solo attraverso i pericoli del confronto le culture diventano grandi.  Aprirsi alle altre culture è uno dei principali viatici per rinforzare la propria identità: le radici non sono un incatenamento al passato, ma una guida verso altre destinazioni”. Il confronto ti costringe a capire un po’ di più chi sei, qual è la tua cultura di riferimento, in modo da incontrare  “gli altri” senza paura.

Si deve partire dal territorio, mettendosi stabilmente in rapporto con le tante realtà, organizzate o meno, che attuano solidarietà e reciprocità e con le tante persone che   coniugano questi principi nel loro agire quotidiano, professionale, aziendale, amministrativo, istituzionale o associativo. Occorre intercettare, promuovere ed investire sui concetti di solidarietà, di reciprocità e di sussidiarietà. Abbiamo la voglia e la vitalità per immaginare tutto questo? La voglia di incontrare e cercare insieme il modo di fare comunità sul territorio?

Anche i partiti politici devono aprirsi per dare ossigeno ai valori più alti che stanno alla loro origine, nella volontà di concepire le diversità come ricchezza ed elemento costitutivo e indispensabile per creare la democrazia, indicando una nuova frontiera: l’unità nella diversità, che passa dall’aprirci e dal comprendere noi stessi e i nuovi cittadini che occorre invitare all’incontro, in un dialogo reciproco, capace di generare rapporti nuovi, in una realtà tutta da sviluppare.

Diceva Sergio Zavoli: “Ciò che lacera gli uomini e la loro relazione è l’idea che la nostra vita dimori in un arcipelago di innumerabili isole, in ciascuna delle quali c’è uno di noi che vede e si fida solo di se stesso e coglie nel vicino qualcosa di sospetto, di ostile, da controllare e magari colpire. Così nascono le guerre. Dobbiamo imparare invece a mettere insieme l’uomo e la comunità, per realizzare il primato del “noi” sull’“io”: siamo nati per la condivisione. Si prega e si spera non ciascuno per sé, ma per condividere, dando senso al bisogno di conoscerci per conquistare, ogni volta, quella metà di noi che abita in un altro. L’uomo, insomma, è la sua relazione…..essendo ciascuno il liberatore di se stesso anche nell’altro” .

Bergadano Ornella

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