Quando la legge era uguale per tutti

scipione

Lo storico Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) narra che i tribuni romani chiesero il rinvio a giudizio davanti al Senato di Roma di Scipione l’Africano, il vincitore della battaglia di Zama contro i Cartaginesi comandati da Annibale. Motivo: una presunta appropriazione di beni dello Stato da parte di Scipione: aveva utilizzato parte del bottino di guerra per festeggiare la vittoria con i suoi legionari, bottino che, secondo la legge, doveva essere consegnato allo Stato.

Cito testualmente quanto scrive Tito Livio:

“Alcuni attaccavano non solo i tribuni, ma l’intera cittadinanza che poteva tollerare un fatto simile, dal momento che Roma sottoponeva a giudizio, per poca cosa, chi l’aveva salvata dai Cartaginesi. Gli altri però argomentavano che un cittadino non doveva assurgere a un livello tale da non poter essere chiamato a rispondere secondo la legge. Nulla è essenziale per la libertà che sia fondamento di uguaglianza quanto che i cittadini più potenti possano venire citati in tribunale. Contro chi non può tollerare un diritto uguale per tutti non è ingiustizia l’applicazione della forza”.

Scipione fu giudicato e assolto. La legge era stata rispettata e con essa la sovranità dello Stato. Poi venne l’impero e gli imperatori dovevano addirittura essere adorati e per nessun motivo sottoposti a giudizio. Finì così il principio di legalità e con esso la giustizia e la libertà. Fu anche l’inizio della decadenza di Roma.

Raffaello Didonè

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