La scuola nel progetto Rom

Chi ha dubbi sull’intervento promosso a Verona a favore dei Rom legga questo resoconto.

Il 9 maggio 2008, presso l’Ufficio Scolastico Provinciale di Verona, si è tenuto un convegno dal titolo “Cittadinanza europea attiva per il popolo Rom: buone pratiche per l’inclusione e la coesione sociale”. Sono intervenuti il dirigente provinciale Giovanni Pontara, il direttore del “Don Calabria” Stefano Schena con il collaboratore Gianni Corradi, Annalisa Tiberio dell’Ufficio interventi educativi, Giuliana Donzello Romanologa (“Un’esperienza in ambito di inclusione sociale dei Rom a livello scolastico”), Patrizia Ceola dell’Ufficio scolastico regionale per il Veneto e il Rom Nazzareno Guarnieri.

I Rom in Italia sono tra i 150.000 e i 170.000. Non ci si conosce e i pregiudizi sono reciproci. I Rom sono popolo invisibile: non sono riconosciuti come minoranza nazionale e linguistica. Il rapporto con loro deve partire dal riconoscerli come persone, come cittadini in relazione, come diversità che può diventare ricchezza.

Nel caso a cui ci riferiamo, la scuola risponde a un mandato sociale. La Dirigenza della scuola veronese era ed è consapevole che l’impegno con i Rom è scelta debole perché gravata da un pregiudizio sociale forte, che determina anche gli scarsi finanziamenti. Senza la “forza” del “Don Calabria” non si sarebbe pervenuti ai risultati conseguiti.

Sintesi ragionata degli interventi.

1) Nell’autunno 2002, il lavoro si presentava delicato e a rischio; il percorso entusiasmante e faticoso: una risposta concreta. L’atteggiamento era quello del rispetto reciproco e dell’accettazione della persona. E’ stata scelta di civiltà. Splendida è risultata la risposta della scuola pubblica, che si è mostrata disponibile ed ha colto questa occasione per crescere, in una progettualità condivisa. L’Amministrazione comunale che ha compiuto la scelta di partenza ha dimostrato coraggio e ha saputo sfidare incomprensioni e solitudine in vista di una prospettiva grande. Il progetto ha consentito a molti Rom una migliore esperienza scolastica dal punto di vista della continuità, dell’attenzione e del coinvolgimento. Il lavoro fatto è ora patrimonio nostro e può essere riferimento per altri. L’importanza del progetto è stata colta dalle famiglie. Se è vero che oggi, anche a Verona l’emergenza è l’educazione-formazione, anche con i Rom, come con gli immigrati, occorre partire dall’educazione e da atteggiamenti di accoglienza.

Oggi incontriamo ragazzi Rom alle scuole superiori. Insieme si scalano le montagne.

2) Il cruccio e la speranza. L’attività svolta non può rimanere fatto eccezionale: deve diventare patrimonio della scuola veronese e di quella veneta, nazionale ed europea. Le famiglie Rom coinvolte stanno uscendo dal progetto per inserirsi in una nuova normalità, nel contesto veronese. La speranza è che il modello sperimentato diventi progetto condiviso di politica scolastica integrata nel territorio. Il ruolo del Comune è stato importante, ma ora si deve andare oltre, abbattendo le barriere dell’indifferenza ed escludendo l’invisibilità: percorso e risultati vanno portati alla conoscenza e a disposizione di tutti.

3) Storia. All’avvio, nel 2002, non c’erano ricette; c’era però la volontà di aprire un percorso di integrazione tra i cittadini veronesi e un gruppo di Rom. Il bambino Rom diventa così soggetto attivo nella scuola, capace di mettere i suoi valori accanto a quelli degli altri bambini. Dietro ogni bambino poi c’è una famiglia con una sua visione della vita, capace però di cambiamento. Volevamo accompagnarci e superare ogni senso di colpa e di distacco per le nostre diversità. Pertanto abbiamo escluso subito la classe differenziata.

Abbiamo verificato la situazione a livello di alfabetizzazione e le possibili risposte. I primi mesi si sono svolti a San Zeno in Monte, la casa di don Calabria. Poi ci siamo inseriti nel IV Circolo cittadino, con un percorso che ha portato all’esame di idoneità. Mediatori e accompagnatori scolastici sono stati figure di riferimento fondamentali e vincenti.

Dati numerici oggi:

– Scuola materna (avviata nel 2006): 12 studenti in 7 scuole;

– Scuola primaria (avviata nel 2002): 27 studenti in 16 scuole;

– Scuola secondaria di I^ grado (avviata nel 2002): 9 studenti in 6 scuole;

– Scuola secondaria di II^ grado: (recente): 4 studenti in una scuola.

**Totale: 52 studenti in 30 scuole. Su un totale di 180 persone inserite nel progetto.

** Nell’anno scolastico 2006-2007 la frequenza giornaliera è stata dell’84%.

I ragazzi sono il vero investimento del progetto; sono il frutto che si completerà nel tempo.

5) Le difficoltà.

a) Per la cultura Rom la scuola istruisce, insegna a scrivere, ma non educa. Per questo nel progetto la scuola materna parte solo nel 2006. Per noi essa è anche educazione. I genitori Rom (per il vero, le mamme) non riconoscevano alla scuola una funzione educativa. Inoltre gite scolastiche, visite didattiche, attività ludiche non erano accettate come momento scolastico. Quando i giovani Rom arrivano ai 14 – 16 anni si sposano: la scuola ha finito la sua funzione: non frequentano le superiori. Il dialogo e la continua relazione con le famiglie, anche attraverso il bambino, hanno consentito il risultato positivo: famiglie e insegnanti si sono affiancate nella condivisione dell’educazione. Nei tempi lunghi la scuola come si innesta nei progetti familiari? E’ da verificare famiglia per famiglia, tenendo presente che è in atto un cambiamento ‘assoluto’, per cui parecchi genitori vogliono che i figli studino fino ai 18 anni.

b) Nella loro visione, in Romania la scuola è autoritaria e punitiva. Per i Rom la scolarizzazione è minima: quelle presenti a Verona erano famiglie di illetterati: non sapevano né leggere né scrivere. Ora lo sanno, in italiano. Questo fatto ha introdotto delle difficoltà nelle dinamiche familiari: chi frequenta la V elementare è capace più dei genitori di dialogo con il mondo esterno. E’ cambiamento da leggere e da seguire.

c) Abbiamo utilizzato un sistema di schede, fino alla V elementare: ne è risultato un dossier per ogni bambino Rom, in modo che, in caso di trasferimento o di sgomberi, ogni bambino abbia il percorso fatto, da consegnare alla futura scuola, per favorire la continuità.

d) La cultura Rom è orale. I Rom vivono il rispetto e la profonda comunione con l’ambiente naturale, atteggiamento che ha permesso loro di sopravvivere, anche se cacciati da tutti. Hanno una intelligenza emotiva, legata a quella naturalistica: incontrano una esperienza, una persona, un fatto motivante; passano dall’attesa alla sorpresa della scoperta, all’emozione. Il bambino è anche testa, ma prima è cuore e sensi. Coesistono logica e sentimento; se manca uno dei due, non apprende.

e) Tenere il bambino Rom in classe o farlo uscire con l’insegnante di sostegno? L’integrazione avviene in classe. Si è fatta l’esperienza del bambino tutor.

6) Come la vede Nazzareno Guarnieri, Rom abruzzese presente all’incontro. L’esperienza di Verona presenta aspetti esclusivi in Italia. Il rischio è che si vada verso l’assimilazione dei Rom, perdendo la propria identità; chi i giovani si allontanino dalla cultura Rom e che la rinneghino come una negatività. Punto di partenza è formare professionalità Rom, altrimenti sono sempre ‘altri’ che si occupano dei Rom, mentre occorre coinvolgerli nel promuovere politiche sociali normali. Va costruita una politica globale dei Rom: da quella abitativa a quella educativa. Oggi ci sono professionalità Rom che devono emergere: più che di leggi, serve la partecipazione attiva di Rom e Sinti. Bisogna stare dentro il mondo Rom, che ha la capacità di mimetizzarsi. I campi Rom vanno superati: sappiamo vivere in case. I Rom si articolano in 32 sottogruppi, con valori comuni che riguardano la nascita, la vita e la morte. Ci diversificano aspetti tradizionali.

Segnali positivi: a Mantova circa 30 gruppi Rom si stanno federando; a Pescara siamo circa 2.000 Rom residenti in case; in Abruzzo è in atto un’esperienza di contrasto alla dispersione scolastica di alunne Rom, oltre la pubertà.

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