Riflessioni sugli “anziani” (11)

RIFLESSIONI IN PERIODO ELETTORALE

Alcuni dati, solo superficialmente affrontati in campagna elettorale, sconquassano il nostro presente e il nostro avvenire e richiedono politici capaci di prefigurare e di costruire il futuro.

A) Su circa 60 milioni di cittadini italiani, gli aventi diritto al voto il 13 e 14 aprile scorso eravamo più di 47 milioni. Ciò significa che, in Italia, i giovani sotto i 18 anni sono circa 13 milioni, tra i quali l’apporto degli immigrati e dei loro figli nati in Italia è consistente. Significa anche che, se non ci sarà una netta inversione di tendenza per quanto riguarda le nascite, tra 80 anni i cittadini di origine italiana saranno meno della metà degli attuali e in notevole parte anziani. Il dato è sconvolgente: ci parla di un popolo che decide di scomparire. Possiamo far finta di niente?

B) Leggo sul giornale della CISL “Pensionati”, dell’aprile 2008: “L’andamento della campagna elettorale e la qualità del confronto sui temi più concreti della condizione sociale non hanno fatto che accrescere ogni giorno di più le preoccupazioni di quel 42% del corpo elettorale rappresentato dai pensionati e dalle famiglie anziane”. Ma è possibile? Se il 42% del corpo elettorale è fatto da pensionati, quale futuro è davanti a noi?

C) Il 12 aprile, vigilia delle elezioni, ero seduto in cerchio con immigrati provenienti da Africa, Asia, America Latina, Est europeo. Avevamo appena inaugurato, a Caldiero, un centro culturale gestito da immigrati, aperto a tutti. Si parlava del futuro di questo centro, ma si è andati a trattare i temi più sentiti da parte dei presenti: quasi tutti hanno espresso il desiderio di lasciare l’Italia e di tornare nella loro terra. Non si sentono bene tra noi. Temono soprattutto la vecchiaia. Molti non hanno un lavoro stabile e sicuro. Si sentono utilizzati: chi parla di loro come “persone”? Sono frenati dalla presenza dei figli, di cultura italiana, quasi estranei ai paesi di provenienza dei genitori. Non so quanti effettivamente torneranno a casa loro. So che la Romania sta facendo opera di convincimento sui connazionali emigrati perché tornino in patria, dove serve mano d’opera. Parecchi stati dell’Est Europa sono in crescita economica, per cui è facile prevedere meno espatri e parecchi rientri. Forse perderemo mano d’opera qualificata. L’immigrazione tenderà ad essere da paesi poveri, con conseguenze rilevanti. Questo riguarda il futuro; immediatamente c’è un problema che non possiamo accantonare: molti immigrati che sono a Verona non ci stanno volentieri, soprattutto per il nostro atteggiamento nei loro confronti. La conseguenza sono gli stati di depressione; molti di loro vivono come dramma il rifiuto di chi li tratta come mano d’opera da utilizzare. In queste condizioni, quanti di loro sono e saranno presenza positiva, produttiva al massimo delle potenzialità, con slancio vitale e inventiva? Se chi fa politica ci pensa poco, come mi pare evidente, ci pensino gli imprenditori; ci pensino le persone di chiesa, della cultura, dello sport; ci pensi chi vuole un’Italia migliore. Per dare il meglio di sè occorre sentirsi vivi, a proprio agio, inseriti, accolti, benvoluti e valorizzati da chi ci è accanto. Possibile che così tante persone non lo capiscano? Possibile che decidiamo di fare il nostro male, di condannarci a morte? Se poi molti immigrati oggi qualificati se ne andranno, che cosa faremo?

D) Proviamo a mettere insieme quanto sopra scritto. Quale futuro prevediamo per il nostro popolo, per Verona? Già oggi non siamo più autosufficienti. Lo saremo sempre meno in futuro. Sembrerebbe logico fare scelte che possano favorire il nostro crescere come popolo, fatto di tutti coloro che risiedono regolarmente in Italia, per il bene di tutti. Invece colpiamo chi è diverso. Troppi politici e responsabili fomentano diffidenze, chiusura, paura, odio. Certo: guai non affrontare o sottovalutare la violenza e la malavita, ma deve essere chiaro che il futuro o lo si costruisce insieme o sarà nero per tutti.

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